Migranti a Perugia

di Iv. Por.

«Tutte le richieste esaminate presentano un punto comune: il racconto traumatico del viaggio, l’approdo in Libia, le violenza subite in quel Paese, l’impossibilità di tornare indietro, attraverso il deserto, la spinta a proseguire in avanti, attraverso il mare, sconosciuto a molti, verso un futuro ignoto». Sono storie di speranza in un futuro migliore ma con racconti terribili quelle dei rifugiati richiedenti asilo, che arrivano in Umbria dopo aver attraversato il Mediterraneo. A parlarne il prefetto di Perugia, Antonella De Miro, tracciando un bilancio dell’attività della sezione  di Perugia della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Quella che concede o nega lo status di rifugiato.

Dal deserto all’ignoto «In molti – ha spiegato il prefetto – hanno raccontato questo passaggio sintetizzato nella testimonianza di un giovane gambiano: “Sapevo cosa avevo lasciato alle spalle: il deserto e le sue asperità, non sapevo che cosa avevo davanti, non avevo mai visto l’acqua prima, ma l’atrocità dalla quale fuggivo era talmente grande che quello spaventoso ignoto mi è sembrato l’unica salvezza”. Ecco spiegato il perché della fuga malgrado la consapevolezza che ”forse” si potrebbe morire, il “forse” che cela una speranza più grande e più forte di qualsiasi paura».

Decisioni difficili «Umanamente – ha proseguito il prefetto – non si può non avvertire il peso e la responsabilità di decisioni che hanno un impatto così forte sulla vita del singolo. Le norme, il diritto rappresentano il faro cui si rivolge la Commissione nel decidere, ed in questo la collegialità della discussione e della decisione è un pregio della procedura, che deve essere valorizzato. I casi di riconoscimento della protezione internazionale, intesa sia come riconoscimento dello status di rifugiato che come protezione sussidiaria, hanno sinora abbracciato un’ampia casistica che raccoglie le istanze politiche di due dissidenti uno proveniente dal Tibet, l’altro dal Kashmir, le istanze di libera espressione del proprio orientamento sessuale in tre casi, anche possibile conseguenza di un’estrema povertà».

Le storie Tra le storie sottoposte alla commissione, c’è quella del riconoscimento dello status di rifugiato ad un minore senegalese, la cui condizione di abbandono e di grave sfruttamento subito nel Paese d’origine ne hanno fatto la vittima di una grave forma di persecuzione legata all’appartenenza ad un gruppo sociale, identificato per una caratteristica sociale immodificabile: l’essere un minore abbandonato. Nello stesso complicato intreccio si inserisce un riconoscimento di protezione umanitaria ad un giovane gambiano fuggito da una gravissima condizione di sfruttamento e schiavizzazione nel suo Paese e poi vittima di violenze subite in Libia durante il viaggio. La protezione sussidiaria è stata invece riconosciuta ad un giovane proveniente da una sperduta area rurale del Senegal, dove l’applicazione di una legge tribale avrebbe potuto determinare la sottoposizione a trattamenti inumani e degradanti. Numerosi i casi di minori richiedenti asilo, vittime di violenze o che hanno assistito a gravi violenze durante il viaggio cui è stata data la protezione umanitaria. E, ancora, non mancano le discriminazione di genere, come quella ai danni di una giovane donna marocchina che, pur non raggiungendo il livello della persecuzione ha certamente evidenziato la sussistenza nel caso di specie i gravi motivi di carattere umanitario.

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