di Patrizia Mattei, Elena Neri e Michela Petrini*
«Facciamo la prova, vediamo se la donna è veramente in grado di coprire le cariche che sono inerenti all’alto esercizio della Magistratura. A tutto quanto è stato detto, io potrei rispondere che una raffinata sensibilità, una pronta intuizione, un cuore più sensibile alle sofferenze umane e un’esperienza maggiore del dolore non sono requisiti che possano nuocere, sono requisiti preziosi che possono agevolare l’amministrazione della giustizia.
Potrei rispondere che le donne avranno la possibilità di fare rilevare attraverso un lungo tirocinio la loro capacità; saranno sottomesse e sottoposte ai concorsi e a una rigida selezione. Le donne che si presenteranno a chiedere di salire i gradi della Magistratura devono avere in partenza (e li avranno) i requisiti che possono dare loro una certa garanzia di successo. Non so invece cosa rispondere a coloro i quali ci hanno proposto di imitare
i modelli domestici. Prima di tutto è uno sbaglio psicologico, perché noi donne amiamo differenziarci tra noi, sia pure nel dettaglio di un vestito nel particolare di un ornamento, e se qualcuno che siede qui ha la propria moglie che in casa fa la calza, non ritengo questo argomento valido per invogliare una donna che chiede la toga ad accettare anziché una toga, una calza».
È con queste parole che l’onorevole Maria Federici, nella seduta del 26 novembre del 1947 dell’assemblea costituente, nel dibattito intorno alla formulazione dell’allora articolo 98 del progetto costituzionale, tentò di introdurre il libero accesso in Magistratura anche alle donne. Sappiamo che tale tentativo fu vano, perché solo con la legge n. 66/63, intervenuta dopo la sentenza di illegittimità costituzionale n. 33 del 13.5.1960 circa l’esclusione delle donne nel ricoprire uffici pubblici che implicassero poteri decisionali, il risultato fu raggiunto .
Non possiamo oggi, noi donne magistrato, non ricordare e ringraziare le nostre ‘madri costituenti’ con gratitudine nella consapevolezza di appartenere ad una generazione che seppur non così lontana, non ha dovuto vivere l’inciviltà e le disuglianze legate all’appartenenza al genere femminile. Auguriamo a tutte le colleghe di vivere appieno l’esperienza professionale che abbiamo potuto raggiungere, con entusiasmo, con impegno e professionalità dando prova oltre che delle nostre capacità tecniche di una raffinata sensibilità, una pronta intuizione, un cuore più sensibile alle sofferenze umane.
*Patrizia Mattei, Elena Neri e Michela Petrini sono tre magistrati in organico alle Procure di Perugia, Terni e Spoleto e componenti dell’Osservatorio regionale sull’uso del linguaggio giuridico, organismo che si propone tra i suoi compiti anche quello di evitare l’utilizzo, seppure inconsapevole, di pregiudizi stereotipi nella redazione degli atti giudiziari
