di Ivano Porfiri
La Diocesi di Perugia l’Ici la paga, e anche cara: 315 mila euro circa nel 2011. La paga perfino per la sede centrale della Caritas. Questo, però, non significa che la Chiesa, nel Perugino, sia totalmente in regola per ciò che riguarda gli immobili che producono reddito. Andare a fondo sulle proprietà dei beni ecclesiastici è, infatti, come addentrarsi nella Torre di Babele.
La Caritas paga l’Ici Dalla Diocesi di Perugia-Città della Pieve arrivano dati, numeri e cifre. Messaggio: «La nostra coscienza è pulita, noi sui nostri beni l’Ici la paghiamo fino all’ultimo centesimo, perfino su immobili dove non si penserebbe». E’ il caso, ad esempio, della sede Caritas di Porta Sole, a Perugia. Seppur rientri nelle sedi di attività caritatevoli, infatti, siccome l’immobile è dato in uso da una congregazione all’associazione scatta l’obbligo di legge. Anche se a importo ridotto per via dell’esenzione sugli immobili con vincolo della Soprintendenza (per legge gli immobili vincolati pagano le imposte sulla base dell’aliquota minore tra quelle degli immobili della zona). Prima di andare avanti, a tal proposito, è bene chiarire alcuni aspetti normativi.
La legge e le esenzioni La prima giungla in cui bisogna districarsi per capirci qualcosa è quella delle esenzioni, stabilite dall’articolo 7 del decreto legislativo 504 del 1992. Sono nove le categorie che non pagano Ici. L’unica che esclude esplicitamente beni ecclesiastici è indicata alla lettera E: tutti i beni appartenenti alla Santa Sede secondo quanto disposto dal Concordato. Per gli altri beni ecclesiastici, invece, valgono le stesse regole che si applicano per i beni «laici». Quindi: i fabbricati destinati «esclusivamente» a luoghi di culto (di qualsiasi religione) e le loro pertinenze (le canoniche, per intendersi), quelli ad uso culturale, quelli inagibili, quelli destinati «esclusivamente» alle attività no profit assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive. Ergo, la fetta di esenzione è ampia e, a goderne, non è certo solo la Chiesa. A questi vanno aggiunti gli «sconti» per tutti i beni di interesse culturale con vincolo architettonico o paesaggistico. Il che taglia l’Ici a buona parte dei centri storici, compresi sontuosi appartamenti signorili o prestigiosi studi notarili o di avvocati. Va inoltre chiarito che, anche le suddette categorie, perché siano esentate, non devono “mettere a reddito” l’immobile o parte di esso, anche la concessione a uso gratuito fa infatti scattare l’Ici: per l’esenzione deve verificarsi, infatti, la proprietà di un ente no profit (vincolo soggettivo) e l’uso esclusivo dello stesso ente (vincolo oggettivo).
L’intricato sistema catastale Stabilito ciò e prima di andare ad esplorare l’intricato sistema delle proprietà ecclesiastiche, va sottolineato come già una distinzione in seno ai palazzi storici potrebbe portare un sostanzioso incremento del gettito da Ici. Per dirla breve, gli italiani non hanno certo bisogno di mettersi una cappella in casa per aggirare le norme fiscali. A ciò si aggiunga un’altra complicazione, che deriva da un Catasto (oggi Agenzia del territorio) che presenta un’infinità di buchi nella classificazione degli immobili. L’informatizzazione affidata negli anni ’90 a società albanesi ha fatto il resto e così spesso non si trova nemmeno quello che si cerca.
L’Ici della Diocesi Venendo alla Chiesa, almeno nel Perugino e Pievese una certezza c’è: i beni diocesani. Intanto, le 155 parrocchie più le confraternite (sono centinaia, ma una cinquantina quelle con patrimonio) nel 2011 hanno versato nei rispettivi 17 comuni circa centomila euro. Per i beni di sua esclusiva proprietà (il Vescovado di Perugia, quello di Città della Pieve) più alcune canoniche di parrocchie soppresse e beni come il Castello di Pieve del Vescovo a Corciano, la Diocesi ha poi pagato, nel 2011, 24.280 euro. Compresa l’Ici per i locali con attività economiche come i ristoranti in piazza IV Novembre. Per i beni dell’”Antico Seminario di Perugia” come l’ex seminario adiacente la Cattedrale di Perugia, i due alberghi del Mater Gratiae di Montemorcino e la Casa del Sacro Cuore di Montebello, più un terreno edificabile di Corciano sono stati pagati 44.642 euro. Per i beni dell’”Antico seminario di Città della Pieve” come la residenza del parroco e alcuni appartamenti in centro a Città della Pieve 1.724 euro. Per i beni di circa 15 confraternite amministrati dalla Diocesi 27.966 euro (tra questi rientrano il palazzo di Porta Sole dato in uso alla Caritas e anche il Fontenuovo, dato in uso alla fondazione e perciò soggetto ad Ici). Per il “Capitolo della Cattedrale di San Lorenzo” a Perugia (compresa la sede delle librerie Paoline) circa 5 mila euro. Per quasi tutti vale lo sconto applicato ai beni tutelati dalla Soprintendenza.
L’istituto cassaforte Un discorso a parte va fatto per le decine e decine di beni gestiti dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, il cui scopo è proprio creare reddito dai beni immobili lasciati alla Curia, da girare poi a Roma, che li ripartisce negli stipendi dei sacerdoti e in altre necessità. E’ la fetta più consistente di Ici versata: 112.872 euro nel 2011. Tra questi beni c’è, per esempio, l’ex sede Inps di via Fiume (l’edificio attaccato all’ex cinema Lilli) comprato dall’Istituto all’asta e oggi affittato a molti studi legali. Il totale dell’Ici versata dalla Diocesi fa quindi circa 315 mila euro.
La Babele e la zona grigia Detto ciò che è sotto al sole dell’Erario, c’è un’enorme fetta di beni ecclesiastici che restano nel cono d’ombra, oggetto delle polemiche delle ultime settimane. Il problema vero, come spiegano anche in ambienti religiosi, è stabilire «di chi è cosa». Ovvero, stabilito che la Diocesi paga per i suoi beni perché si tratta in fin dei conti di un’amministrazione locale ben distinguibile, chi risponde per i conventi, monasteri e quant’altro di proprietà degli ordini e delle congregazioni religiose (ordini monastici, suore)? Ognuna ha una sua amministrazione autonoma. E’ sotto gli occhi di tutti che nei conventi si affittano stanze a studenti o si fa servizio di ostello turistico a pagamento. Ma censire tali beni è un compito improbo. Molti di essi non sono neanche accatastati. E’ lì che si annida l’evasione, figlia dell’equivoco tollerato dallo Stato e che andrebbe eliminato per superare un’ingiustizia che viene sentita sì tra i laici, ma anche in seno a chi nella Chiesa le tasse le paga.

