di Ivano Porfiri
Il terremoto migra a nordovest forse per via dei fluidi nelle profondità delle rocce. Gli studiosi dell’Ingv lo ipotizzano analizzando le centinaia di scosse di questi giorni, migliaia dal 2010 a oggi. La terra che trema, fenomeno purtroppo familiare a molti umbri, interessa ormai da oltre tre anni in modo continuo una zona della regione, quella che da Gubbio arriva a Pietralunga-Città di Castello-Apecchio, sull’Appennino umbro-marchigiano. Una catena di eventi a cui gli esperti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia dedicano uno studio rilevando una ‘migrazione’ nella cartina si vede dalla concatenazione dei puntini gialli (scosse del 2010) e quelli rossi (quelle più recenti).
Ripresa della sequenza Gli studiosi fanno notare come la sequenza sismica che sta interessando la provincia di Perugia da molti mesi ha avuto negli ultimi giorni una ripresa, con alcuni terremoti di magnitudo superiore a 3 avvertiti dalla popolazione. «L’attività, che aveva prima interessato il settore tra Gubbio e Pietralunga – sottolineano – si è concentrata ora in una zona diversa. I terremoti di questi giorni sono infatti localizzati più a nordovest dei precedenti, tra Umbria e Marche, circa a metà strada tra Città di Castello (Pg) e Apecchio (PU). Questa sismicità si colloca immediatamente a nordovest del settore colpito da un altro picco di attività nell’aprile del 2010, quando in circa venti giorni la rete sismica localizzò molte centinaia di terremoti con una scossa principale di magnitudo 3.8».
Numerose faglie La zona dell’Appennino umbro-marchigiano è interessata da numerose faglie, che sono state individuate tramite studi di geologia di superficie e del sottosuolo: rilievi di terreno, linee sismiche effettuate per esplorazioni di idrocarburi e alcune perforazioni profonde. Il modello più accettato per spiegare la deformazione e i terremoti della regione umbro-marchigiana prevede una faglia principale chiamata Faglia Alto-Tiberina (ATF), che affiora nel settore sudoccidentale della carta e si immerge lentamente al di sotto della catena appenninica, verso nordest. Al di sopra dell’ATF sono presenti numerose altre faglie “sintetiche” e “antitetiche” (ossia immergenti verso lo stesso lato o verso il lato opposto), maggiormente inclinate e su cui si ipotizza avvenga la maggior parte dei terremoti.
La faglia del 2010 Numerosi segmenti di faglia sono attivi. «Nel caso della sequenza del 2010 – scrivono gli esperti – uno studio molto dettagliato della microsismicità aveva permesso di individuare la faglia responsabile della sequenza: si tratta di una faglia lunga circa 5 km e profonda 2 (tra 4 e 6 km di profondità), che si era attivata progressivamente tra il 10 e il 30 aprile del 2010». In questo studio erano stati localizzati anche terremoti con magnitudo molto piccola (addirittura minore di 0): tra -0.7 e 3.8.
Migrazione di 400 metri al giorno La faglia del 2010 è stat ben individuata da uno studio di Marzorati (Tectonophysics 2013), che aveva individuato «un’interessante fenomeno di “migrazione” della sismicità in quei giorni di aprile 2010. La velocità di migrazione, stimata in 400 metri/giorno in media, era compatibile con un sistema di fratture, orientate parallelamente alla catena, che interesserebbe le rocce presenti in profondità in quel settore dell’Appennino. Queste fratture sarebbero riempite di fluidi, che si sposterebbero lentamente nella crosta, interessando gradualmente settori diversi della stessa faglia».
Ipotesi migrazione di fluidi «Non è ancora chiaro se la sismicità di questi ultimi giorni vada ricondotta alla stessa faglia del 2010 o a una adiacente – scrivono gli esperti -. Se fosse la stessa, resterebbero da capire i meccanismi che governano la migrazione dei fluidi e l’attivazione di settori diversi di una stessa faglia a distanza di giorni (come accadde ad aprile 2010) o di anni (come per la sismicità più recente). La causa probabilmente va ricercata nel tipo di rocce interessate, nel livello di deformazione raggiunto all’interno del ciclo sismico, e nel loro grado di fratturazione e saturazione in fluidi. Per questo motivo, oltre allo studio della microsimicità naturale, cerchiamo di studiare questi processi con esperimenti in laboratorio».
