©Fabrizio Troccoli

di Ivano Porfiri

A differenza dell’Umbria come regione, Perugia ha quasi completamente riassorbito la terza ondata del Covid. Ciò non vuol dire che sia il momento di abbassare la guardia o di cantare vittoria. Potrebbe esserlo, forse, se non si fosse pagato un prezzo di vite umane così alto o anche se si fosse tornati alla situazione della scorsa estate, ma così non è. Ad oggi il capoluogo è, in sostanza nella condizione in cui si trovava alla fine di dicembre, dopo lo squasso della seconda ondata, quando a differenza del resto d’Italia e anche di Terni, ad esempio, ha visto il contagio ripartire per la fase che ha causato il mese col maggior numero di vittime da inizio pandemia: febbraio con 95 morti per Covid che hanno fatto lievitare i decessi totali a 196 morti (+45% rispetto alla media degli ultimi 5 anni).

TUTTI DATI COMUNE PER COMUNE

Positivi come a fine dicembre Che la terza ondata sia passata, pur con l’augurio che si continui a scendere da qui alle prossime settimane, lo dicono i numeri. Nel giro di un mese gli attualmente positivi a Perugia sono passati dai 2.089 del 17 febbraio ai 563 di ieri, vicini ormai ai 481 del 28 dicembre, ppunto più basso tra le due ondate. Anche il tasso di nuovi positivi settimanali ogni 100 mila abitanti, che indica la tendenza, ha compiuto la stessa curva e oggi è a 73, meno ancora del periodo natalizio in cui si arrivò a 83. La condizione, dunque, è ideale per avere un contact tracing efficace.

TASSO OGNI 100.000 ABITANTI COMUNE PER COMUNE

Ricoveri ancora alti Se la curva del contagio ha concluso il suo percorso, così non è per la situazione degli ospedalizzati: i ricoverati perugini sono ora 60, il doppio dei 31 del 23 dicembre. Sette sono in terapia intensiva, mentre all’antivigilia di Natale non c’era nessuno (per la verità è stato l’unico giorno senza nessuno in Rianimazione da inizio ottobre a oggi).

COVID: I COMUNI UMBRI IN 4 QUADRANTI

Il confronto Ma che considerazioni si possono fare su questa terza ondata, affrontata prima di qualunque altra città italiana eccetto Bolzano? Dai grafici balza all’occhio un elemento: per Perugia è stata la fase più dura per ricoveri, terapie intensive e morti. Rispetto ai 99 della seconda ondata, i decessi sono stati 152 (il 50% in più). In ospedale si è arrivati al picco di 153 perugini ricoverati e 29 in terapia intensiva, quando in autunno il massimo era stato rispettivamente di 87 e 12. La prima ondata è lontana con appena 11 morti ma un picco di 16 in Rianimazione.

DECESSI E VARIAZIONE SU MEDIA 5 ANNI

Meno contagiati? Se si guarda ai contagi, però, la situazione si inverte rispetto all’autunno: i 2.420 attualmente positivi del 16 novembre con circa 170 nuovi casi giornalieri sono molto superiori ai 2.089 del picco della terza ondata. E anche le persone in quarantena sono arrivate a 1.947 al massimo contro le 2.337 di novembre. Come è possibile che con meno contagi ci siano stati più ricoverati e più morti, dato che ormai nell’ultimo anno si è visto che i rapporti sono abbastanza stabili? Un’ipotesi potrebbe essere l’arrivo delle varianti, più “aggressive”, ma su questo non ci sono evidenze scientifiche. Di certo, invece, ha pesato che nella terza ondata non si è ripartiti da ospedali vuoti come nella seconda: reparti già mezzi pieni di nuovo inondati di pazienti, per di più con cluster importanti proprio nell’ospedale di Perugia.

Le curve del contagio nel comune di Perugia

Contact saltato e giovani “reticenti” Infine, c’è una spiegazione “ufficializzata” dagli esperti del Nucleo epidemiologico regionale nell’ultimo briefing stampa. «Nella seconda ondata – ha detto la dottoressa Carla Bietta – il rapporto tra casi e decessi era maggiore, mentre l’alto numero di morti rispetto ai casi nella terza ondata ci fa presumere un numero di casi maggiore rispetto a quelli rilevati». Una sottostima, dunque, come avvenuto nella prima ondata. Ma allora non si avevano tutte le conoscenze e i mezzi di indagine attuali. Sui motivi di questo gap dunque si intrecciano due ragioni: la perdita del contact tracing, fisiologica quando i casi aumentano rapidamente e poi c’è un altro motivo, evidenziato da Bietta: «Una minore collaborazione di una popolazione stanca, soprattutto i giovani, più reticenti a comunicare contatti per paura di una limitazione delle libertà».

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