Mentre in questi giorni si susseguono le immagini drammatiche della frana che sta interessando una vasta porzione della città siciliana di Niscemi, con centinaia di persone costrette ad abbandonare le proprie case e interi quartieri in pericolo, la riflessione su come si affrontano fenomeni di dissesto idrogeologico nei centri storici italiani torna al centro del dibattito pubblico. La frana di Niscemi, un movimento di terreno che ha costretto all’evacuazione oltre mille abitanti e che continua ad avanzare su un fronte lungo più di quattro chilometri provocando l’isolamento di settori del tessuto urbano, è una delle emergenze più gravi nella recente cronaca nazionale.

La situazione siciliana richiama alla mente la condizione di due città umbre antiche, Todi e Orvieto, entrambe situate su alture caratterizzate da fragilità geologica e storici fenomeni di dissesto. In un post pubblicato sulla propria pagina Facebook, Catiuscia Marini, presidente della Regione Umbria dal 2010 al 2019, ha ripercorso le analogie e le differenze tra queste realtà, mettendo a confronto l’attuale emergenza di Niscemi e i processi di prevenzione e consolidamento messi in atto per la stabilità del Colle di Todi e della Rupe di Orvieto.

Marini osserva che «il Colle di Todi e la Rupe di Orvieto sorgono entrambi su colline instabili, con movimenti franosi attivi nei secoli come sono testimonianza i documenti di archivio e decisioni risalenti anche all’epoca dello Stato Pontificio». Una fragilità che ha accompagnato la storia delle due città umbre, ma che nel corso del Novecento è stata affrontata in modo sistematico e con un approccio che unisce tecnicità scientifica e interventi di politica pubblica.

La precedente presidente ricorda come già negli anni Sessanta e Settanta i piani regolatori di Todi e Orvieto fissarono vincoli di rispetto idrogeologico e di inedificabilità su tutte le pendici, misure che proteggevano la città storica evitando di aggravare la precarietà strutturale dei versanti. Marini sottolinea che, sebbene le frane attive continuassero a rappresentare una minaccia per l’abitato, non furono necessari tragici eventi con vittime o sfollati per avviare un piano straordinario di interventi.

Una svolta normativa e operativa si ebbe con la legge 29 dicembre 1987, n. 545, intitolata «Disposizioni per il definitivo consolidamento della Rupe di Orvieto e del Colle di Todi», che assegnò risorse significative per opere di consolidamento idraulico e idrogeologico, il rifacimento di infrastrutture e la tutela del patrimonio storico e artistico. Quel provvedimento, realizzato con l’intesa di Regione Umbria, Comuni e forze politiche di maggioranza e opposizione, fu poi rifinanziato dalla legge 23 luglio 1997, n. 242, consentendo di completare un vasto progetto integrato di salvaguardia.

Marini ha descritto quell’intervento come «un’operazione di prevenzione anziché di riparazione dei danni già prodotti o in conseguenza di vittime», un modello di collaborazione tra istituzioni e competenze tecniche che ha consentito di mettere al sicuro popolazione, infrastrutture e beni culturali delle due città umbre.

La riflessione della politica umbra evidenzia un elemento condiviso tra Niscemi, Todi e Orvieto: tutti e tre i centri sorgono in aree geologicamente fragili, in equilibrio tra la stabilità del suolo e i rischi connessi a precipitazioni, erosione e fenomeni franosi. Tuttavia, la gestione di questi rischi ha seguito percorsi assai diversi. A Niscemi l’emergenza si è manifestata in modo grave, con la popolazione costretta a lasciare le case e le autorità impegnate nelle operazioni di evacuazione e monitoraggio del versante collinare. Le autorità nazionali e regionali hanno attivato i piani di protezione civile e un sopralluogo istituzionale è stato effettuato anche dal presidente del Consiglio.

A Todi e Orvieto, invece, interventi avviati decenni fa e inseriti in un quadro normativo organico hanno, secondo Marini, reso possibile una prevenzione continua, riducendo il rischio di eventi drammatici come quelli osservati a Niscemi. I lunghi anni di consolidamento, la sorveglianza geologica e la tutela normativa del territorio sono indicati come fattori che hanno contribuito a evitare morti e sfollamenti nelle rispettive comunità.

Nella sua riflessione, Marini richiama anche la necessità di mantenere e aggiornare le opere di mitigazione realizzate: «Quelle opere oggi vanno mantenute e protette: sono più di dieci anni che nessuno (almeno a Todi) si occupa più della manutenzione di queste opere». La sollecitazione è rivolta ai Comuni interessati e alla Regione Umbria affinché, mettendo da parte le ideologie e unendo forze politiche di maggioranza e opposizione, si chieda al Governo risorse adeguate per la manutenzione straordinaria, a tutela dei cittadini e del patrimonio storico.

Il paragone tracciato da Marini mette in evidenza due approcci alla gestione del rischio idrogeologico. Da un lato ci sono casi come Todi e Orvieto, in cui anni di programmazione normativa e interventi speciali hanno consolidato un sistema di protezione preventiva. Dall’altro, eventi naturali come la frana di Niscemi mostrano come situazioni di rischio possano evolvere rapidamente in emergenze sociali e di protezione civile quando non sono sostenute da piani di lungo periodo e da adeguate politiche di mitigazione.

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