Per affrontare il coronavirus nelle carceri «è necessario ridurre il numero dei detenuti». Lo dice in un’intervista a Repubblica Stefano Anastasia, garante dei detenuti di Lazio e Umbria e portavoce dei garanti italiani. Le rivolte che ci sono state in tutta Italia, in queste dimensioni, «sono una sorpresa» anche se «che covasse malcontento era evidente per molte ragioni».
Isolamento con sovraffollamento Il detonatore non è stata tanto la sospensione dei permessi «quanto la sospensione dei colloqui con i familiari che non era né prevista né immaginabile su tutto il territorio nazionale così da un momento all’altro» spiega. Le prime notizie «parlavano della sospensione dei colloqui fino al 31 di maggio. Notizia che avrebbe dovuto essere argomentata e spiegata». Fra gli altri motivi della rivolta, c’è «una preoccupazione reale sulla possibile diffusione del virus in carcere vista la difficoltà oggettiva dell’applicazione delle misure precauzionali». Come potranno isolarsi «le decine di detenuti che fossero entrati in contatto con uno di loro positivo dentro le nostre carceri sovraffollate?».
«Liberazione anticipata speciale» La responsabilità politica delle decisioni prese è «del ministro; quella della loro attuazione concreta è evidentemente del Dap». Ora «un provvedimento di clemenza generalizzata avrebbe un’efficacia immediata di riduzione dei detenuti, ma la sua praticabilità politica sappiamo essere molto difficile». Si potrebbero però riprendere altre misure come «la liberazione anticipata speciale, che darebbe due mesi di sconto di pena in più all’anno e che quindi consentirebbe di far uscire i detenuti con meno di otto mesi di pena» e andrebbe considerato «di ampliare la detenzione domiciliare».
