di MA.T.
Sabato 20 agosto alla Rocca Medievale di Castiglione del Lago, con il patrocinio della Regione Umbria, della Provincia e del Comune di Castiglione del Lago, si svolgerà lo spettacolo di beneficenza “Senza orario senza bandiera” l’arte dell’immagine attraverso la musica e le parole di Fabrizio De Andrè.
Spettacolo di beneficenza Il ricavato dello spettacolo, che ha avuto anche il patrocinio della Fondazione Fabrizio De Andrè, e il sostegno delle associazioni Amnesty International e Caritas, sarà interamente devoluto alla casa di accoglienza per bambini e ragazze madri in Kosovo dove più di 40 bambini orfani o abbandonati dalle loro famiglie vi hanno trovato accoglienza, grazie ai giovani ragazzi volontari delle Caritas dell’Umbria, che già in passato avevano prestato soccorso ai profughi Kosovari durante la guerra. Quell’esperienza, la povertà, la sofferenza e il dolore hanno commosso i giovani volontari fino a suscitare in loro il desiderio di trasferirsi in Kosovo.
Il progetto L’idea dello spettacolo è nata dal regista televisivo Riccardo Truffarelli e dall’incontro con don Lucio Gatti, che da molti anni si occupa di missioni all’estero e centri di recupero in Italia. Il regista perugino, che ha al suo attivo programmi Rai come “Geo&Geo” “Rai3”, “Italia che vai” Rai1, “Stella del sud” Rai1 e molte altre collaborazioni importanti, questa volta si occupa di un progetto che ha una grande valenza sociale.
La testimonianza «Sono rimasto affascinato – spiega Truffarelli – fin da giovanissimo dalle canzoni di Fabrizio De Andrè e dal quel mondo raccontato che non conoscevo. In particolare ‘Senza orario e senza bandiera’ fu un disco che mi ha aiutato a scoprire un percorso nuovo nella vita. Crescendo ho scelto di viaggiare, mi sono lasciato coinvolgere nell’avventura della vita e ho deciso di raccontare quello che ho visto e vissuto attraverso la vita e le parole di Fabrizio De Andrè. L’obiettivo della telecamera racconta non solo ciò che vede ma cerca di cogliere l’aspetto più intimo della vita, con i suoi mille volti e i suoi passaggi complicati in particolare per chi è vissuto ai margini. L’incontro con don Lucio e la sua opera per gli orfani di guerra, i bambini in difficoltà e le ragazze madri, mi hanno aiutato a delineare il profilo di questo spettacolo che è un’alternanza di brani, interpretati dal vivo da due musicisti, immagini fotografiche tratte dal mio archivio e in parte da quello di Amnesty international e Caritas, coreografie e letture, quattro testimonianze reali, di un ex delinquente, un ex tossicodipendente, un prete e un orfano di guerra sono lo spunto per trattare i temi della guerra dei campi profughi, dell’emarginazione della solitudine e della libertà».
Don Lucio Gatti spiega «Le cose nascono attraverso le persone e i legami. Non mi sono mai ritenuto una persona capace di organizzare spettacoli di beneficenza. Tutto questo è arrivato come un regalo. La conoscenza di Riccardo Truffarelli e della sua macchina da presa mi ha permesso di vedere i particolari, gli sguardi e i dettagli che a volte mi sono sfuggiti. Quello che colpisce dei filmati di Truffarelli non è tanto la miseria, quanto l’amore che c’è nella miseria e il valore della povertà. Quando sono arrivato in Kosovo la prima volta ho visto cosa significava per quel popolo la libertà. Sono arrivato in un luogo dove tutto veniva condiviso, sono bastati 10 anni e l’arrivo del dio denaro per distruggere tutto. Una distruzione repentina. Per noi essere stati in Kosovo è stato un allenamento a volersi bene e abbiamo difeso questo amore, fatto di vita concretissima, perché noi nel campo non viviamo di previdenza ma di provvidenza. Pensate che quaranta ragazzi, vivono, si vestono, mangiano e lavorano, senza ricevere uno stipendio. Eppure conducono una vita sana, si alzano la mattina presto e non hanno né televisione né svaghi ma ci insegnano a fare del bene».
La recensione di Carmela Neri
E’ difficile dire cosa abbia spinto le cinquanta persone di “Senza orario senza bandiera” – disegnatori, viaggiatori, attori, danzatori, coreografi, scenografi, giornalisti, musicisti – a raccogliersi attorno al regista e film-maker perugino Riccardo Truffarelli per tributare questo personalissimo omaggio a Fabrizio De André, il cui ricavato aiuterà ragazze madri e bambini in Kosovo.
Non è solo “il piacere di donare” che, per il cantautore, era la vera fonte della felicità. E’ forse anche, evidentemente, il piacere di risentire ancora una volta, nel caldo abbraccio di un antico teatro – il Morlacchi di Perugia – la voce da sciamano di un musicista-poeta assai amato; di dirgli quel ‘grazie’ che tutti gli artisti meriterebbero, per averci dato molto più di quanto noi potremmo mai restituire. Sono proprio gli artisti i primi a capire quanto è bello ‘donarsi’, parlando senza sosta all’anima assetata di bellezza, a prezzo della vita e con incondizionata generosità. Ma quale De André ci verrà incontro, tra parole, foto, danza, video e musica dedicate agli evangelici ‘ultimi’, che Truffarelli – cultore da sempre del genovese – ha cercato e incontrato nei suoi viaggi (testimoniati in splendidi video Rai), il più toccante dei quali è avvenuto proprio in una delle comunità di Don Lucio Gatti, quella per ragazze madri e bambini a Kline, in Kosovo.
Quel viaggio nella disperazione ha siglato l’incontro tra l’artista e il prete: un sincretismo mistico che nasceva e portava, dritto, alla religiosità non canonica del De André di Spoon River, ‘credente’ a suo modo, che ha sempre cantato “la coincidenza di sacro e profano, di innocenza e peccato, di misticismo e di anelito anarchico”. E ancora “la fede primitiva, la forza interiore dei vinti”, mettendo alla berlina “le magagne e le ipocrisie dei perbenisti, delle beghine e dei bacchettoni”. Anche per Truffarelli, come per De André, però i vinti – come disse Fabrizio – sono “i futuri vincitori: quelli che coltivano la propria diversità con dignità e coraggio. I nomadi, per esempio. E tutti quelli che attraversano i disagi dell’emarginazione e però non rinunciano ad assomigliare a se stessi. Sono loro, saranno loro, i vincenti. Perché muovono la Storia. E l’umanità riesce a crescere proprio quando non si omologa al gregge delle maggioranze”. Parole lungimiranti, rilasciate in un’intervista di alcuni anni fa, a un passo dalla fine. Parole profetiche, d’artista. E si sa che gli artisti vedono molto lontano.
Così, pensando al De André dei vicoli, delle cattive strade, delle “Princesa” e di Bocca di Rosa, e guidato dalle sue canzoni, autentiche o riarrangiate dal vivo, lo spettacolo di Truffarelli compone lentamente il puzzle dei pezzi più difficili della realtà, raccolti e messi insieme con la curiosità del viaggiatore, l’anima dell’uomo e il rigore del documentarista: guerra, sopraffazione, violenza su donne, anziani e bambini, solitudine, indigenza, prostituzione, omosessualità, infinite povertà morali e materiali. Il tutto entra e esce dagli occhi degli spettatori, grazie alle immagini, così com’era nella vita reale, ma attraversato dal filo rosso della poesia di De André, con le emozioni in diretta degli artisti in scena. L’effetto è sui generis, da nodo alla gola: foto e riprese da sogno e crudezze senza sconti, cronaca e astrazione simbolica, con tanto di maudits intervistati dal vivo, e tutto il bello e insieme l’orrore filmati, recitati, danzati, ‘vissuti’ in palcoscenico. Ne esce un senso di unicità, autenticità, armonia, infinito coraggio. E forse l’invenzione di un genere nuovo di teatro- vita, il riuscire a incantare col vero e renderlo arte, che il genio multimediale costruisce e consente, al passo coi tempi. Tanta modernità al servizio dell’antico fascino dei ‘fiori del male’ intrisi insieme di fango, mistero e divino. Quei fiori piacquero a Baudelaire come a Cristo.
Informazioni: Mario Cirulli 335235250: Barbara Marchettini 075 9652484-Francesca (zona perugia) 3495041379

