di Daniele Bovi
In un anno sono cinque le persone che si sono tolte la vita nelle carceri dell’Umbria. Il dato emerge dall’ultima edizione di «Nodo alla gola», il dossier di Antigone presentato lunedì i cui numeri, che vanno dal 2023 all’aprile di quest’anno, sono drammatici. Nel periodo considerato in tutto il paese si parla di 101 suicidi, 30 solo dall’inizio di quest’anno. «Dalle biografie delle persone che si tolgono la vita – è stato detto lunedì – emergono in molti casi situazioni di grande marginalità».
Suicidi Molte di queste persone sono «giovani e giovanissime, molte le persone di origine straniera, molte anche le situazioni di presunte o accertate patologie psichiatriche»; fronte quest’ultimo sul quale l’Umbria, nonostante le promesse, è ancora priva di una Rems, ovvero di una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture a gestione sanitaria destinate a ospitare autori di reato giudicati incapaci di intendere e di volere e perciò prosciolti. L’età media di chi si è tolto la vita è di 40 anni, mentre la fascia più rappresentata è quella dai 30 ai 39.
Sovraffollamento In tutti le carceri dove sono avvenuti suicidi nell’ultimo anno e mezzo, si registra una situazione più o meno grave di sovraffollamento. In Umbria, dove non è chiaro se e quando tornerà un provveditorato con sede a Perugia, al 31 marzo erano ospitate 1.548 persone a fronte di una capienza di 1.345, con un tasso di sovraffollamento pari quindi al 115,1 per cento; quelli più elevati si continuano a registrare in Puglia (152,1 per cento), in Lombardia (143,9 per cento) e in Veneto (134,4 per cento). A Perugia sono 421 i detenuti a fronte di 363 posti, a Terni 556 per 422 posti, a Spoleto 456 per 462 posti e a Orvieto 115 per 98 posti.
Isolamento Secondo il rapporto di Antigone poi l’Umbria è la regione d’Italia in cui più volte si è applicato l’isolamento e in particolare questo avviene a Capanne, con una media di 117,91 provvedimenti di isolamento disciplinare applicati nel 2022 per ogni 100 detenuti; a seguire ci sono Orvieto (99,78) e Spoleto (40,57). Perugia è anche uno degli istituti con il più alto tasso di detenuti stranieri (59,6 per cento): «Dai dati raccolti – osserva Antigone – emerge come l’isolamento venga maggiormente utilizzato negli istituti in cui più della metà della popolazione è straniera». «Il fatto che l’isolamento – prosegue l’associazione – sia un dispositivo di controllo che viene utilizzato maggiormente nei confronti delle persone straniere, degli appartamenti a gruppi svantaggiati e delle popolazioni vulnerabili è opinione condivisa dalla letteratura scientifica in materia penitenziaria».
I danni Quanto a Spoleto e Orvieto, stando alle spiegazioni fornite nel corso delle visite, la gestione dell’ordine interno «si è vista complicata dall’arrivo di alcuni detenuti ”difficili” dalla Toscana, trasferiti appunto per ragioni di ordine e sicurezza». L’isolamento produce però effetti dannosi sul corpo e sulla mente, tanto da rappresentare uno dei maggiori problemi che affligge i sistemi penitenziari; teoricamente potrebbe essere inflitto solo per ragioni disciplinari, giudiziarie o sanitarie, ma in realtà ormai viene utilizzato «come tecnica di controllo – spiega Antigone – di quei profili di detenuti che il personale penitenziario ha difficoltà a gestire, spesso perché la loro condotta è il risultato di una qualche forma di disagio».
VIDEO – VERINI E ASCANI A CAPANNE
La visita Lunedì intanto si è tenuta l’iniziativa «Bisogna aver visto» del Partito Democratico sul carcere, che ha previsto oltre trenta visite ispettive in carcere fatte da oltre quaranta parlamentari dem. Gli umbri Anna Ascani e Walter Verini sono stati a Capanne sottolineando, al termine della visita, di aver trovato «sovraffollamento, carenza di organico della polizia penitenziaria, mancanza di un’adeguata copertura di cure sanitarie, pochi fondi per la formazione e per il lavoro, anche in vista del reinserimento sociale». Tutti aspetti che «il governo non può più ignorare». «Quella delle carceri italiane – aggiungono – è un’emergenza drammatica, come attesta anche la tragedia dei suicidi» . «Ma l’esecutivo, invece di occuparsi delle condizioni di vita di chi si trova in questi spazi – hanno aggiunto -, condannato o lavoratore che sia, si dedica a introdurre nuovi reati, inasprendo persino le pene. Con il risultato che le carceri sono piene, non c’è personale sufficiente a gestire numeri elevatissimi, è messa a dura prova la sanità penitenziaria e non si investe nella formazione, strumento indispensabile per la rieducazione. Gli istituti penitenziari non sono terra di nessuno».
