di M.R.

Omero Ferranti, presidente dell’ente Cantamaggio, ha sempre respinto l’idea che la 120esima edizione potesse saltare ma che le casse piangessero era voce diffusa e, da un certo momento in poi, lo scoglio maggiore da superare pareva fosse la questione sicurezza.  Al problema dei danari infatti il numero uno della kermesse, sollecitato da Umbria 24, aveva aggiunto anche quello di una rimodulazione del percorso e delle dimensioni dei carri allegorici. Trovata la quadra nelle stanze di Palazzo Spada, ora in ogni caso Ferranti ammette: «Il processo di innovazione della festa popolare quest’anno subisce una battuta d’arresto e non è solo per effetto della crisi ma di un individualismo crescente».

Lo sfogo del presidente Omero Ferranti E poi: «Per i suoi centoventi anni di vita e la sua resilienza, è ormai da diversi anni oggetto di studio universitario ma se per gli storici delle tradizioni popolari è un bene demoetnoantropologico da tutelare e valorizzare non sfugge, di contro, la resistenza di molti ternani a scommettere sulla manifestazione. In questo senso – afferma Ferranti – il rifiuto da parte dei commercianti di via I Maggio di dare un contributo alla festa, motivato dal fatto che i carri non attraverseranno quella via, offrirebbe lo spunto per tornare a parlare non solo del futuro del Cantamaggio, ma della stessa coesione sociale della città. La domanda, infatti, nasce spontanea: che fine ha fatto quella Terni che all’indomani della prima guerra mondiale fece sfilare i primi carri addobbati proprio grazie ai doni dei commercianti? Erano forse meno critiche di oggi le condizioni economiche di allora? Il problema non può essere solo la crisi».

Il caso di via Primo maggio Dopodiché: «Certo, potessimo contare su un budget diverso non torneremmo alla questua, che pure di questa festa è un aspetto fondante. Se il carro di maggio fosse ancora quello di un tempo oggi ci sarebbero meno problemi logistici, e la gigantesca istallazione artistica semovente non sarebbe qui a seminare il panico tra i tecnici della viabilità e della protezione civile. Ma il Cantamaggio – dice con poesia il presidente -, è la nostra storia. Lo si può amare, lo si può detestare, ma da centoventi anni con il suo corollario di attesa, di stupore, di speranza di rinascita parla di un mondo alla rovescia dove ognuno dà una martellata per un sogno che è di tutti».

Il futuro del Cantamaggio Ergo: «In questa nuova Terni che dell’individualismo pare stia facendo una religione, in questa Terni dove ognuno zappa il suo orticello, che spazio può esserci per una festa come la nostra senza quello spirito collettivo che l’ha caratterizzata fin dalle prime comitive? Il Cantamaggio non è l’ombelico del mondo – conclude – ma amo pensare che il progetto di innovazione cui, volontariamente, stiamo lavorando da tempo, possa contribuire al respiro della città stessa. A tutti i ternani, però, il compito di contribuire a rigenerare un corpo vitale, pezzo per pezzo, sapendo che per trainare un carro occorre una corda e che la corda è tanto più robusta quanto più numerosi sono i fili con cui è intrecciata».

Twitter @martarosati28

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