Aung San Suu Kyi finalmente libera
Aung San Suu Kyi finalmente libera

Il premio nobel per la Pace birmano Aung San Suu Kyi, liberata dopo aver trascorso 15 degli ultimi 21 anni agli arresti domiciliari, riceverà la cittadinanza onoraria di Perugia. Il consiglio comunale ha approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui si stabilisce di “conferire la cittadinanza onoraria della città al Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi”. «Il nostro augurio – ha affermato il capogruppo del Pd, Francesco Mearini – è quello di poter accogliere presto a Perugia questa coraggiosissima donna che ha lottato con grande determinazione per la causa del popolo birmano, tanto da meritarsi il Nobel per la Pace». Il portavoce dell”opposizione Giuseppe Sbrenna ha affermato che quello dei consiglieri di minoranza è “un voto convinto” e si è detto «lieto della liberazione di questa protagonista della lotta per la libertà».

«Aung San Suu Kyi è completamente libera, senza condizioni», aveva annunciato un esponente della giunta militare birmana fra manifestazioni di gioia da tutto il mondo. A queste si è unita fin da subito la redazione di Umbria24.it. Qui di seguito il ritratto del Premio Nobel tracciato dall’agenzia Agi.

La Signora Conosciuta semplicemente come ‘la Signora’ da milioni di suoi connazionali, Aung si e’ sempre rifiutata di abbandonare il suo Paese. “Per me, la vera liberta’ e’  la liberta’ dalla paura e se non si puo’ vivere senza la paura non si puo’ vivere una vita dignitosa”, disse una volta. La sua Lega Nazionale per la Democrazia stravinse le elezioni del 1990 (le penultime prima di quelle definite ‘farsa’ dall’Occidente, di domenica scorsa), ma non le e’ mai stato permesso di governare; e alle ultime consultazioni, dopo aver deciso di non scendere in campo, il suo partito e’ stato disciolto dalla giunta.

Liberazione negata La ‘pasionaria’ birmana avrebbe dovuto essere rilasciata il 27 maggio dello scorso anno, ma poche settimane prima dell’attesa scadenza uno sconosciuto americano si immerse nel lago di fronte alla sua residenza e raggiunse a nuoto l’abitazione. Astrusa la giustificazione: John Yettaw sostenne di esser stato mandato da Dio per avvertirla che sarebbe stato il bersaglio di un imminente assassinio. Nell’agosto seguente, Aung San Suu Kyi fu condannata agli arresti domiciliari per aver consentito allo strambo americano, John Yettaw, di aver pernottato per due notti a casa sua, violando le norme di sicurezza.

Somiglianza con il padre San Suu Kyi ha trascorso gran parte della sua vita all’estero prima di tornare, nell’aprile del 1988, nella sua casa di famiglia, sulle rive del lago Inya, a Rangoon, per assistere la madre malata; e ha parlato per la prima volta dinanzi a una folla di manifestanti, il 26 agosto dello stesso anno, sui gradini della storica Shwedagon Pagoda, nella capitale. Chi la vide in quell’occasione fu colpito dalla somiglianza con il padre, il generale Aung San, eroe nazionale che aveva portato la Birmania sull’orlo dell’indipendenza dal dominio britannico, prima del suo assassinio nel 1947. “Non potevo, in quanto figlia di mio padre, rimanere indifferente a tutto cio’ che stava accadendo”, disse alla folla la ‘signora’, che aveva appena due anni quando il padre mori’.

Attacco al dittatore Il mese seguente i militari soffocarono nel sangue il tentativo di rivolta democratica: migliaia di persone vennero uccise o imprigionate, ma i militari promisero le elezioni.Nel 1989, San Suu Kyi infranse il tabu’ di attaccare pubblicamente il dittatore, Ne Win, bollato come la fonte dei mali del Paese; e l’attacco sigillo’  il suo fascino popolare, ma anche il suo destino, perche’ nel luglio del 1989 Aun San Suu Kyi fu messa agli arresti domiciliari e vi resto’ per sei anni, fino al 1995. Poi, nel 2000, di nuovo in carcere e nel 2002, a maggio, la liberta’: quella e’ stata l’ultima volta che ha riassaporato la liberta’, quando inizio’ un periplo nel Paese per incontrare i suoi sostenitori, in un clima di crescente ostilita’ da parte del governo; ma il 30 maggio del 2003, San Suu Kyi e il suo convoglio finirono in un agguato con decine di vittime, secondo le organizzazioni a tutela dei diritti umani.

Gli anni della prigionia Gli anni trascorsi agli arresti domiciliari, li ha dedicati – pare – allo studio, alla meditazione buddista, ad esercitare il pianoforte e a migliorare il suo francese e il giapponese. Ma il suo messaggio alla giunta e’ sempre stato forte e chiaro: la ricerca di un dialogo aperto con la giunta e le minoranze etniche birmane nel tentativo di superare lo stallo politico, in cui versa il Paese. I generali hanno sempre rifiutato di riconoscerla come interlocutore politico, mettendo in dubbio il suo patriottismo (la chiamano con il cognome da sposata, ‘la signora Michael Aris’) e accusandola di essere uno strumento in mano a Gran Bretagna e Stati Uniti e al servizio delle loro mire neo-coloniali. Ma lei con il tempo e un enorme costo personale, e’ divenuta la piu’ famosa detenuta al mondo, paragonata a Nelson Mandela e al Mahatma Gandhi, combattenti per la liberta’ da cui ha tratto ispirazione nel corso degli anni.

Non pazienza, ma perseveranza ‘La Signora’ ha sempre rifiutato di lasciare la Birmania, per timore di non poter rientrare: e’ stata tenuta in un ferreo isolamento pero’ e la giunta ha persino negato il visto al marito, morente di cancro alla prostata,che voleva visitarla. Aris, docente ad Oxford, e’ morto nel marzo 1999 e lei in quell’occasione rifiuto’ l’offerta della giunta di avere un visto per poter partecipare al suo funerale. Anche i due figli, Alexander (1873) e Kim (1977) non li vede da dieci anni: non solo la sua liberta’, dunque, ma anche la famiglia, Aung San Suu Kyi ha sacrificato famiglia sull’altare della democrazia. Perche’, come disse una volta lei stessa, “quello che abbiamo e’  la perseveranza: non e’  la pazienza, e’  la perseveranza. Siamo pronti a perserverare qualunque siano gli ostacoli”.

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