La Corte di Cassazione ha stabilito con chiarezza che, dopo la fine del matrimonio, il diritto all’assegno di divorzio non scatta automaticamente in presenza di una disparità di reddito tra ex coniugi. La sentenza n. 1999/2026 ribadisce che l’assegno non è una rendita o una pensione a vita, ma uno strumento compensativo e perequativo che interviene solo quando il matrimonio ha generato uno squilibrio economico reale e documentabile.

Secondo i giudici, chi richiede l’assegno deve dimostrare concretamente come le scelte matrimoniali abbiano inciso sul proprio stato economico. Non basta quindi indicare un reddito più basso o aver ridotto l’orario di lavoro per la gestione della famiglia: è necessario provare quali opportunità professionali o investimenti siano stati sacrificati e in che misura tali rinunce abbiano favorito l’altro coniuge. La sentenza conferma, in questo senso, casi in cui assegni precedentemente riconosciuti sono stati revocati e le somme già percepite possono essere recuperate, se emerge che non sussistevano i requisiti per il loro pagamento.

È importante distinguere tra assegno di separazione e assegno di divorzio. Nel primo caso, il matrimonio è ancora in corso e l’obiettivo è mantenere un tenore di vita simile a quello goduto in coppia. Nel divorzio, invece, il vincolo matrimoniale si estingue: l’assegno serve a riequilibrare eventuali disparità economiche create dalle scelte condivise, senza prolungare automaticamente il livello di vita precedente.

Tra i sacrifici considerati rilevanti dalla giurisprudenza ci sono la rinuncia a promozioni o opportunità lavorative, il passaggio da un lavoro full-time a part-time, la sospensione degli studi o della carriera per la cura dei figli, o altri contributi concreti al patrimonio del coniuge. L’elemento centrale è che tali rinunce siano misurabili, documentate e direttamente collegate allo squilibrio economico attuale.

Le coppie che affrontano un divorzio devono ora essere consapevoli che non basta una differenza di reddito: serve documentare con precisione sacrifici professionali e contributi economici alla vita familiare. Questo orientamento giurisprudenziale è particolarmente rilevante in una regione come l’Umbria in cui la disoccupazione femminile e la precarietà lavorativa possono accentuare le disparità tra ex coniugi.

In sintesi, il messaggio della Corte è chiaro: il matrimonio non garantisce più una tutela economica automatica dopo la sua fine. L’assegno di divorzio resta uno strumento di solidarietà, ma deve essere provato, misurabile e giustificato in relazione agli effetti concreti del matrimonio sulla situazione economica dei coniugi.

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