di M.R.

Pensato per il quartiere di borgo Bovio in via Cadore, e non più in via Premuda a Città Giardino (perché quella soluzione richiedeva ingenti lavori di ristrutturazione), a Terni è in fase di progettazione, dopo l’ok al finanziamento di 600 mila euro da parte del Miur, il nuovo asilo nido comunale aperto alla cittadinanza, seppure con prelazione per i figli dei dipendenti comunali. A Spoleto è stata invece recentemente inaugurata una nuova ‘sezione primavera’ presso la scuola dell’infanzia di Eggi, che offre un servizio ponte tra nido e scuola dell’infanzia per bambini dai 24 ai 36 mesi. Le nuove aperture, nonostante l’Umbria sia considerata tre le migliori regioni italiane, per offerta di nidi d’infanzia, dimostrano che questa non sia più sufficiente per contravvenire alle esigenze delle famiglie e quindi anche contrastare il fenomeno del calo demografico.

Il tema è molto sentito. Stando ai più recenti dati Istat disponibili (anno scolastico 2023/24), in termini di offerta, l’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del 48,4% in Umbria. Tuttavia, come risulta da un recente atto di indirizzo parlamentare presentato da deputati Pd, il Cuore verde, assieme a Emilia-Romagna e Valle d’Aosta, sono le uniche regioni che raggiungono o si avvicinano all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni. Risulta evidente che, se questi sono gli standard, non è semplice soddisfare la domanda. Relativamente ai bambini frequentanti i nidi e gli altri servizi educativi specifici per la prima infanzia, sempre nel 2023-24, la quota dei bambini di 0-2 anni che frequentava una struttura del genere era ferma al 34,5%; valore decisamente inferiore a quelli rilevati in altri Paesi europei, come Paesi Bassi (71,5%), Danimarca (69,9%) e Lussemburgo (60%), ma anche Francia (57,4%), Spagna (55,8%) e Portogallo (55,5%).

Una fotografia del servizio principale per la prima infanzia offerto dai Comuni di Perugia, Terni, Foligno, Città di Castello, Spoleto e Orvieto, restituiva la necessità di un incremento posti del 25% per azzerare le liste d’attesa e la situazione attuale non si discosterebbe molto da quella. Questo stato di cose ha ricadute anche sull’instabilità occupazionale che coinvolge soprattutto il genere femminile. In Italia, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7 per cento sono donne, le stesse donne che continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura: nel 2024 le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini. “Rafforzare il sistema di welfare a sostegno della genitorialità e dell’autonomia economica delle donne”, non a caso, è quanto chiede il gruppo del Partito democratico alla Camera, al Governo Meloni, nell’ambito degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

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