di Maurizio Troccoli
Nel primo giorno della vera campagna vaccinale, quella sulla popolazione che, lunedì, prende il via anche in Umbria, sugli over ottantenni, curiosità spuntano sulla ‘caccia al vaccino’ da parte delle Regioni. Ognuno spunta le proprie armi, comprese quelle delle alleanze con altre regioni che hanno marcato un avanzamento su questo fronte. L’Umbria, come anticipato nei giorni scorsi, potrebbe intesserne con il Veneto di Zaia e l’assessore alla Sanità di casa nostra Coletto. Secondo quanto pubblicato da Repubblica, l’Umbria si è messa sulle tracce dello Sputnik5. Il vaccino dei russi, da più parti considerato valido e sul quale si dicono interessati diversi paesi del mondo, dalla Cina all’Africa, al Sud America. Questa volta non si tratterebbe di comprarne partite da milioni di fiale, ma di acquisirne ‘il brevetto’, cioè la possibilità di produrlo.
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L’attualità Il vaccino prodotto dai russi, il primo entrato in circolazione e somministrato alla popolazione prima ancora di concludere tutte le fasi di sperimentazione, è «considerato efficace – scrive Repubblica – ed è al vaglio dell’Ema che potrebbe autorizzarlo a breve, del resto proprio nel Lazio è visto come la soluzione alla alla necessaria accelerazione da imprimere alla campagna vaccinale. A spingere sul farmaco è lo stesso assessore regionale alla sanità Alessio D’Amato». E’ ancora il giornale diretto da Molinari ad anticipare che la cordata italiana interessata a muoversi in tempo per stringere accordi è quella che va dal Veneto alla Campania passando per l’Umbria: «I governatori De Luca della Campania, Zaia del Veneto e Tesei dell’Umbria stanno valutando la possibilità di acquistare in proprio i vaccini e guardano con interesse a Sputnik. Ora che il distretto farmaceutico del Lazio si è trasformato in un hub anti-Covid, tanto sui vaccini quanto sui monoclonali, sull’asse che va da Pomezia a Ferentino, i russi guardano al territorio per trovare partner».
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Le prime mosse Saremmo ai preliminari. Ai primi contatti cioè. Che qualcuno definirebbe più ‘i fondamentali’ «il problema però – scrive ancora Repubblica – è che anche da Mosca non giungono proposte chiare. ‘Chiedono solo disponibilità da parte delle aziende’, dichiara uno degli imprenditori contattato dai russi». Dalle informazioni raccolte «un ruolo importante potrebbero averlo, in particolare l’azienda Biomedica Foscama di Ferentino, che potrebbe occuparsi del confezionamento, e la società Acs Dobfar di Anagni, per la produzione, con la riconversione dei suoi fermentatori. ‘Non abbiamo ancora firmato contratti, ma abbiamo organizzato per tempo un reparto’, dichiara il presidente e ad di Biomedica, Massimiliano Florio. Ancora Repubblica fa sapere che «la società ha investito 10 milioni di euro, si prepara ad assumere altri 30-50 dipendenti e potrebbe essere pronta in tempi piuttosto brevi. Dopo i primi contatti, c’è chi ha scritto direttamente alle autorità russe, chiedendo chiarezza sulle proposte e di partire almeno da un gentlemen’s agreement».
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