di Daniele Bovi
Con le gambe incrociate, Amanda Knox prova a guardare oltre la piccola finestra con le sbarre che le sta di fronte e al di là dei 26 anni di reclusione in primo grado a cui è stata condannata, dal tribunale di Perugia, per l’omicidio di Meredith Kercher. L’hanno trovata così giovedì scorso le volontarie di Arci Ora d’aria, l’associazione che gestisce i progetti culturali e sociali all’interno del carcere perugino di Capanne. In programma, nella sezione femminile del penitenziario, la lettura di poesie di Alda Merini e Vivian Lamarque scelte e interpretate dalla professoressa Antonella Giacon.
La poesia dentro Pantaloni neri, felpa grigia e un cappellino di lana rosa, Amanda è la prima a trovarsi nella grande sala al piano terra scelta per l’incontro. Intorno a lei, solo due agenti della penitenziaria che parlottano e decine di sedie ammassate alla parete. Sedie che Amanda si mette subito a disporre in cerchio una volta che la professoressa Giacon decide di dare all’incontro un tono più intimo. E mentre Amanda dispone le sedie, mano a mano scendono dalle celle tutte le altre donne che hanno deciso di ascoltare l’effetto che fa la poesia dentro. L’effetto che fanno i versi carichi di dolore e speranza della Merini e gli occhi da bambina con cui la Lamarque dipingeva il suo mondo.
Volti di pena Sulle sedie prendono posto una ventina di volti e di storie diverse: sudamericane, italiane, africane, dell’Est Europa e americane come Amanda. C’è chi porta giù, con sé, solo le rughe della pena. Chi invece, come una donna africana, una Bibbia sottolineata e stropicciata e chi, come una Rom, la sua bambina di pochi anni lei sì, innocente. Un’agente, angelo custode con pistola e manette, la prende per mano accompagnandola a prendere un pacchetto di patatine. Alla madre invece danno le fotocopie con i versi delle poetesse ma è inutile: non sa leggere.
Parole come schiaffi Le parole della Merini scritte in manicomio arrivano, nel silenzio assoluto della sala, come uno schiaffo. Scrivere era in fondo per lei un modo per sentirsi viva, per sentirsi ancora, tra le pareti che la rendevano prigioniera, un essere umano. Tra le detenute, raccontano, ci sono anche quelle che, non resistendo all’onda d’urto emotiva, scoppiano in un pianto silenziosamente dignitoso da versare su quell’amore che “ho perso lungo i solchi della vita”. “Amore che fai crescere le fontane/ che appari e dispari”.
Parla Amanda Amanda ascolta attenta, sorride sulla “Canzone dell’uomo infedele” e scorre tutte le pagine delle poesie come una perfetta scolaretta. Sui versi della Lamarque che disegnano un mondo fantasioso, invece, la platea ritrova la serenità e la curiosità per ascoltare queste parole che arrivano da fuori e che sono il conforto di giornate di pena e solitudine. “Una cosa che mi piace della poesia – dice Amanda – è che nella poesia c’è una rivelazione fulminante di un’esperienza già riflettuta. Spesso nella vita non si capisce cosa è importante, mentre nella poesia c’è il vantaggio della riflessione. Nella vita non puoi avere il senso completo della situazione”.
Lucia che scrive le favole Durante i pochi minuti che rimangono intervengono in tante, a dimostrazione che quei versi sono arrivati dritti al cuore. Lucia ad esempio, che nella sua cella legge romanzi e scrive favole per bambini. “Noi – dice – viviamo di queste parole, della lettura e della scrittura: è questo che ci dà la forza. La Merini è una donna che ha sofferto come noi”. Prigionia e sofferenza sono le immagini che sono apparse a queste donne di pena nel mentre si specchiavano nelle parole della Merini: “Per me – dice un’altra detenuta – sono parole di grande valore. Noi ci ritroviamo in lei e nella sua sofferenza”.
E mentre l’incontro finisce e Amanda chiede se ci sarà una prossima volta e se in caso si potranno portare i propri scritti, viene comunicato alle detenute che finalmente, proprio da oggi, dalle 15 alle 17 sarà pienamente funzionante la biblioteca del carcere. Biblioteca a cui vanno in dono, da parte del Comune di Corciano, alcuni volumi di poesie scelte. Fuori dalla sezione femminile, scesa la sera, un detenuto di quella maschile scorge il gruppetto di volontarie e con il braccio fuori dalle sbarre della finestra saluta la comitiva. “Ciao”.

