di Gabriele Beccari

«È una situazione allucinante, la gente racconta di non aver realizzato cosa stesse succedendo, si sono ritrovati due metri d’acqua in casa in mezz’ora», è con queste parole che, a pochi giorni dal cataclisma abbattutosi violentemente su Valencia, la giovane Sofia Tressoldi, studentessa eugubina di medicina in Spagna per il suo erasmus, racconta la Dana a Umbria24

LE IMMAGINI DELL’ALLUVIONE – VAI AL VIDEO

L’alluvione Sofia ha 22 anni e viene da Gubbio, si trova a Valencia dallo scorso settembre e rimarrà nella città spagnola per un anno per studiare lì. Come molti studenti universitari alloggia nel centro: «Noi studenti stranieri che abitiamo in centro siamo stati alienati dalla situazione in quanto la città non ha subito danni. Solo il giorno dopo abbiamo appreso ciò che era successo a 5 chilometri da noi», spiega la ragazza a Umbria24. Non avendo vissuto in prima persona l’accaduto, Sofia ha riportato soprattutto l’esperienze dei compagni e della gente che abita la periferia, maggiormente bersagliati dall’alluvione o dalle esondazioni del fiume Turia.

L’esperienza da angelo La studentessa, che insieme ad altri volontari aiuta le comunità di questi paesi, ha raccontato di come le persone siano ancora sotto shock, per le perdite materiali ma soprattutto per quelle umane. «Tutti hanno perso qualcuno, tutti cercano qualcuno, spesso la gente va in giro con le foto dei propri cari sperando che qualcuno li abbia visti», riporta la giovane. Sofia ha poi denunciato la mancata organizzazione della città di Valencia e la carenza di aiuti garantiti dal governo locale, anche se riconosce in parte le difficoltà nel farli pervenire data la vastità della zona interessata. «Io e altri volontari – continua la studentessa- oggi abbiamo fatto un’ora e mezza di camminata per arrivare in una delle zone devastate. Non c’è un’organizzazione ufficiale, chi arriva fa quello che può, c’è bisogno di persone ovunque».

La solidarietà Viceversa l’eugubina ha elogiato l’attivismo e l’impegno messi in campo dalle università, pubbliche e private, per garantire raccolta di alimenti, beni di prima necessità e medicine, organizzare spedizioni di volontari, e accogliere gli sfollati nelle strutture e nei campus. «Attualmente i campus suono vuoti e hanno adibito le strutture a punti di raccolta, tutte le università si sono messi in moto».

La paura In questa esperienza del tutto fuori programma, Sofia è stata travolta dalla preoccupazione ma anche dall’affetto di amici e parenti. «Le notizie che arrivano sono sempre le peggiori, mille messaggi da amici e videochiamate dalla famiglia. Non mi aspettavo di finire in questa situazione, non pensi che possa succedere una cosa del genere da un momento all’altro, specialmente in erasmus. Parti per vivere un’esperienza diversa, e poi ti ritrovi a spalare il fango in mezzo a persone disperate», conclude la giovane.

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