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Il lupo non sta semplicemente tornando nei boschi umbri: in alcuni casi sta arrivando al margine degli spazi abitati, costringendo a ripensare il rapporto tra fauna selvatica e comunità. È la questione riemersa con forza nelle ultime settimane dopo il caso di Arrone, dove un esemplare, con ogni probabilità lo stesso già segnalato nei giorni precedenti, ha aggredito una bambina di quattro anni in un parco pubblico. La piccola è rimasta praticamente illesa, ma il comportamento dell’animale è stato considerato «assolutamente raro e anomalo, il primo in Umbria e uno dei pochissimi in Italia», da Francesca Vercillo di Wild Umbria.

La vicenda ha portato all’attivazione di una task force e all’installazione di 16 fototrappole nell’area di Arrone e nei territori vicini. Dopo l’autorizzazione dell’Ispra, è stata predisposta anche la cattura dell’animale, con la possibilità di trasferirlo in un’area del Parco nazionale dei Monti Sibillini. Non è quindi corretto leggere il caso come la semplice conseguenza di un lupo che «si avvicina alle case»: qui le istituzioni hanno individuato un comportamento specifico, considerato fuori dalla normale diffidenza della specie, e hanno adottato una misura altrettanto specifica.

Il caso umbro si inserisce però in un fenomeno molto più ampio. Nel suo articolo pubblicato il 23 luglio su Huffington Post, «Il lupo torna nelle terre che abbiamo abbandonato. La scienza spiega come convivere», Antonio Cianciullo parte da una tesi precisa: il ritorno del lupo è anche il risultato dell’abbandono delle terre interne. Dove agricoltura e pastorizia si sono ritirate, il bosco ha riconquistato spazio e con esso sono aumentate le popolazioni di ungulati, offrendo al predatore nuove risorse. Il documentario «Lupi in città», presentato al Parco nazionale della Maiella nell’ambito del progetto europeo Life wild wolf, prova proprio a spostare la discussione dalla paura alla comprensione dei comportamenti.

In Umbria questa chiave di lettura trova un terreno particolarmente interessante. Il monitoraggio scientifico è in corso da anni attraverso il progetto Life imagine, realizzato con Università e altri partner. Le attività hanno utilizzato fototrappole e analisi genetiche e si sono concentrate anche nelle macroaree dell’Orvietano e del Ternano. Un dato indicativo, ma da trattare come stima e non come censimento ufficiale, colloca intorno a 150-160 gli esemplari presenti in Umbria nel 2024.

Oltre a chiederci quanti siano ci si sta domandando dove si è spostato il confine tra territorio umano e territorio naturale. Il fenomeno dei cinghiali a spasso per le città ha probabilmente contribuito a farci percepire questo confine progressivamente spostato. In questo senso va compreso un dettaglio. Un animale può attraversare una strada vicino a un paese senza rappresentare alcun pericolo; un esemplare che perde ripetutamente la distanza dall’uomo è invece un’altra cosa. La differenza, prima ancora che politica, è biologica: confondere i due fenomeni significa trasformare la normale presenza di una specie selvatica in un’emergenza oppure, all’opposto, sottovalutare un comportamento realmente anomalo.

In Umbria qualche segnale di questa nuova prossimità c’è. A maggio un lupo è stato ripreso vicino al centro abitato di Valfabbrica, poi nelle prossimità del paese di Pianello, mentre nei mesi precedenti erano state segnalate presenze anche in aree periurbane del Perugino. Sono episodi diversi per valore e attendibilità, ma descrivono una caratteristica ormai evidente: la presenza del lupo non coincide più soltanto con le aree più selvagge dell’Appennino.

È qui che il caso di Arrone diventa più importante del singolo episodio di cronaca. Non dimostra che i lupi siano diventati pericolosi, né che l’Umbria sia davanti a un’invasione. Dimostra piuttosto che la fase della semplice «ricomparsa» della specie è ormai superata. Il lupo in Umbria c’è, è monitorato e occupa stabilmente una parte dell’Appennino; la questione nuova riguarda la gestione delle zone di contatto, soprattutto dove boschi, coltivi abbandonati, strade, case e parchi pubblici si sovrappongono.

Giornalista dal duemila, ha lavorato per il Messaggero e Reuters. Ha fondato e diretto la rivista Artico, i quotidiani Giornale del Cilento e Umbria24. Ha svolto a lungo attività di freelance anche come videoreporter. Impegnato nel campo della formazione al giornalismo digitale e multimediale.