di MA.T.
Riflessioni sul valore di una quotidianità apparentemente sfuggente ma che può essere in grado di svelare all’uomo imprevedibili sorprese, ecco il nuovo lavoro di Padre Enzo Fortunato in tutte le librerie a partire da lunedì. «Siate amabili», il titolo del volume, che ripercorre una serie di editoriali pubblicati dal frate di Assisi, responsabile della sala stampa, pubblicati sulla rivista ‘San Francesco Patrono d’Italia’.
La testimonianza francescana Chi scopre la gioia e la pienezza di vita, nello stile francescano, come padre Enzo, avverte l’impeto di condividerlo: appare come una necessità quella del frate che in molti conoscono per i suoi incontri internazionali ad Assisi, un esempio nello stile di Francesco, di come offrire agli uomini e alle donne «in cammino» gli strumenti umili del saper vivere con gli altri, di accogliere ed amare tutte le creature, per una opzione di vitalità individuale, ancorché collettiva. In questa collana gli scritti si traducono in «un aiuto e uno stimolo per un processo educativo, che sia capace di creare una collaborazione fruttuosa tra i diversi agenti della formazione e della vita. Cerca di coniugare gli aspetti spirituali e carismatici, in particolare di ispirazione francescana, con gli aspetti psicologici e pedagogici. Lo scopo è di favorire la crescita verso una maturità che comprenda i vari livelli della vita dell’uomo, in relazione a se stesso, agli altri e, non ultimo, a Dio. Nella convinzione, tuttavia, che questo ‘lavoro di formazione’ rappresenta solo una sponda del cammino; l’altra sponda è data da un lavoro di ‘scavo’ personale nel proprio mondo alla luce dei colloqui di crescita», scrive padre Enzo.
La prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi «La vera sfida è riscoprire il Dio feriale». Potremmo assumere a emblema delle pagine che seguiranno questo motto che padre Enzo Fortunato propone ai suoi lettori, sulla scia di quel Francesco d’Assisi pronto sempre a chinarsi sulla quotidianità, fatta di riso e lacrime, di animali, di fiori e di pietre, di uomini e donne, di invocazioni e di imprecazioni. Si cita Claudio Magris in una sua battuta suggestiva: «La chiesa accanto all’osteria, entrambe offrono pane e vino all’uomo». Infatti, Cristo, da un lato, ha amato gli incontri a pranzo, tanto da sollecitare il sarcasmo dei rigoristi che l’hanno bollato come «un mangione e un beone» (Matteo 11,19). E, d’altro lato, ha affidato la sua presenza gloriosa di Risorto ai segni modesti del pane e del vino, quelli che la terra offre sempre come risposta al lavoro dell’uomo. È, dunque, su questa trama lieve che scorrono le brevi e limpide riflessioni di padre Enzo, vere e proprie schegge di umanità, di spiritualità, di sapienza che si annodano attorno ai tre sguardi che ciascuno di noi può rivolgere all’esterno. Innanzitutto verso l’alto, indirizzando i suoi occhi a Dio, infinito ed eterno, Creatore dell’essere e Signore dell’esistenza. Poi scendendo verso il basso ove si incontrano le realtà terrestri, dagli animali ai vegetali, dai fiori ai frutti, dagli eventi climatici ai prodotti delle nostre mani. Infine, lo sguardo punta davanti a noi, cioè al nostro simile, al fratello e alla sorella, «l’aiuto che sta di fronte», come dice letteralmente la Genesi (2,18.20), così da fissare gli occhi negli occhi e intrecciare le parole in un dialogo.
Questo triplice sguardo è sostenuto dal calore e dal colore dell’amabilità, come si proclama fin nel titolo. È la virtù tutta francescana della mitezza, della dolcezza, dell’umiltà, virtù che ha in Cristo e nel suo Vangelo la sua sorgente, proprio come confessava san Francesco nel suo Testamento (1226): «Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo» (n.14). Tutti i temi, che affioreranno nei vari capitoletti, contemplati con gli occhi del Santo di Assisi, sono immersi in quest’aura di amabilità che li trasfigura.
Si parla, così, di amore, fraternità e tenerezza: «Ciascuno ami e nutra il suo fratello, come la madre ama e nutre il proprio figlio», si legge nel capitolo 9 della Regola non bollata (1221). Ma si presenta pure il dolore, anzi, «il talento del dolore» perché le ferite sono anche una lezione di vita (pathémata mathémata, dicevano già gli antichi Greci con un gioco di parole legato ai “patimenti” che diventano “insegnamenti”). Quasi come in un filmato passano in questo libro tutte le iridescenze dell’esistenza e della storia: la bellezza e la solitudine, la povertà e il dono, la famiglia e la società, i diritti e i doveri, la felicità e il riposo, le stagioni e le feste, il lavoro e la vacanza, il male e la conversione, gli eventi nazionali e i fatti personali quotidiani, i grandi personaggi ecclesiali come gli ultimi Papi e i momenti importanti vissuti dal Sacro Convento di Assisi, per giungere fino alla nuova comunicazione affidata alla rete e all’informatica che avvolge ormai il nostro globo.
La semplicità francescana dello stile e del dettato di padre Fortunato si àncora talora anche alle parabole e agli esempi dell’esperienza concreta, creando vere e proprie narrazioni come accade per “la storia di una porta” o come avviene nel “miracolo” di Ottavio da Mondragone, oppure nell’evocazione di scene tratte da film. Ma accanto a questo orizzonte immediato in cui sono inseriti i suoi lettori con le loro esperienze comuni, spesso padre Enzo risale ai grandi nomi della cultura, antica e moderna, in un’impressionante sfilata di autori che occhieggiano in queste pagine con un loro detto o un aforisma spesso folgorante: da Montaigne a Einstein, da Tolstoj a Etty Hillesum, da Borges a Claudel, da Dostoevskij a Saba, a Trilussa e così via, senza ignorare grandi filosofi e teologi come Kierkegaard, Wittgenstein, Ricoeur, Frankl, Bonhoeffer, Rahner, Lonergan e altri ancora.
Ma su tutta questa raccolta di riflessioni aleggia lo “spirito di Assisi”, per usare una famosa espressione del beato Giovanni Paolo II. Uno spirito che ha come simbolo il volto divino e umano che spesso appare in filigrana in quest’opera, col suo sorriso, con l’ammiccare degli occhi, coi suoi tratti e lineamenti, con le sue lacrime, con la mente che dev’essere aperta “come un paracadute”, con le parole, con la nostra capacità di implicito e di non detto, rivelato però dagli sguardi, con la tenera maternità di Maria. Il volto, che è quasi la sigla metaforica e reale di queste meditazioni, è accompagnato sempre da una componente radicale della spiritualità francescana, la pace.
Pace e bene Nel Testamento già citato, san Francesco dichiarava: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: Il Signore ti dia la pace!» (n.23). E, come è noto, il saluto francescano è: “Pace e bene”, sulla scia del Salmo 128, 5-6 («Possa tu vedere il bene di Gerusalemme!… Pace su Israele!»). Ed è proprio dai conventi e dai luoghi di bene e di pace, di fede e di amore che potrà irradiarsi la luce della speranza in un mondo così buio e tormentato. Padre Fortunato cita lo scrittore ungherese Bela Just: «Finché le finestre dei conventi si illumineranno all’ora del mattutino, l’ira di Dio non schiaccerà questa terra miserabile che corre pazza nella notte». E il commento di padre Enzo può diventare anche il suggello della nostra premessa alla raccolta di pensieri che ora si apre davanti a noi e una sorta di guida per la loro lettura e meditazione.
«La frase di Bela Just è scritta per coloro che le notti le vivono vuote e senza senso. Per essi, allora, l’invito è a guardare le vetrate di una chiesa o la sequenza di finestre dei conventi, poste in alto o in mezzo alle città, che si illuminano. Se da una parte si spengono le insegne pubblicitarie e tutto inizia a tacere, mentre gli ultimi nottambuli si ritirano, dall’altra le finestre dei conventi ci ricordano una comunità orante che prega per la creatura più nobile, più amata: l’uomo. Ai primi ricordano un Dio che perdona e attende; ai secondi, che vanno a lavorare, ricordano un Dio che dà forza e sostiene. A tutti comunque quella luce, quel canto, quel suono, quella vetrata speriamo entrino nel cuore per ridare la vera pace, per confermare nella fede e riprendere il cammino di uomini di spirito elevato, liberi e amati. La notte allora non è solo smarrimento, ma una possibilità: quella di incontrare Dio».
Stupite gli altri incontrandovi Nelle Fonti Francescane ho trovato un episodio, che mi ha particolarmente colpito e propone un’espressione che sintetizza in modo chiaro, netto e preciso lo stile di Francesco: “Ora mentre essi camminavano infiammati di tanto amore per Cristo, I’Avarizia, assunto il nome di “Discrezione “, cominciò a dire loro: ” Non mostratevi così rigidi con gli uomini, né vogliate disprezzare a questo modo le loro attestazioni di onore, ma siate amabili con loro, e la gloria che vi è offerta non rifiutatela esternamente, basta che lo facciate con grande cura nel vostro interno. E cosa buona avere l’amicizia dei re, godere fama presso i principi, avere familiarità coi potenti, perché quando essi vi fanno onore e si alzano riverenti e vi corrono incontro, molti che vedono queste cose, edificati dal loro esempio, più facilmente si convertono a Dio ” (FF 2001).
Siate amabili, quindi. Fa eco ad altre indicazioni del Santo: «poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale» (Rb VI, 8: FF 91). Nella prima Regola si chiedeva ai frati di accogliere benevolmente, e di ricevere con bontà, chiunque si fosse avvicinato a loro, «amico o avversario, ladro o brigante» (Rnb VII, 14: FF 26; cf. Rnb II, 1: FF 5). Oggi, in un mondo animato da relazioni caratterizzate dal tutti contro tutti, quest’espressione non solo è densa e ricca, ma particolarmente attuale. Mi son chiesto: chissà se ci sono dei posti dove queste espressioni siano vissute con la stessa densità con cui Francesco le ha pronunciate.
La risposta l’ho trovata con i reportage di Tg1 Dialogo, come quello su Angelica Calò Livné, che da anni porta avanti una scuola dove ci sono ragazzi del Marocco, Senegal, Musulmani, Copti, Indù, Palestinesi e Israeliti… La parola d’ordine è: “stupite tutti, incontratevi”. Sono ragazzi dai bei volti, dai bei sorrisi, studenti di architettura, di filosofia, di fisica. In loro compare un grande senso di responsabilità verso la propria gente e soprattutto verso l’umanità: propria e altrui. Compare la voglia di migliorare e di cambiare, di irradiare simpatia ed empatia per la propria cultura. Angelica Calò Livné invita questi giovani dicendo: “per favore incontratevi, sfidate chi vi invita alla rottura. Incontratevi e guardatevi negli occhi. Mettete da parte le offese, le ingiurie, i pregiudizi. Mettete da parte il negativo che vi ricordano”.
Un altro episodio ci fa andare nel lontano Giappone dove il giovane Mizushima scrive: “io non potevo che portare un poco di pietà laddove non era esistita che crudeltà”. E’ un giovane soldato giapponese che si rivolge ai suoi commilitoni. La scena è proposta in un docu-film “L’arpa birmana”, del 1956 diretto da Kon Ichikawa, dove il protagonista non ritorna nello sconfitto Giappone del 1945 ma, coinvolto dalla spiritualità che si vive in Birmania, decide di restare con i monaci e dedicarsi agli altri invece che alla guerra.
Potremmo continuare a citare diversi episodi, ma credo che Francesco ora voglia il nostro episodio.
Vogliamo diventare un episodio di vita che incontra, che abbassa le barriere e costruisce ponti.
Non è semplice, ma almeno proviamoci per gustare profumi e sapori che disinquinano l’aria che siamo chiamati a respirare.

