È stato proclamato uno sciopero generale nazionale da Cgil per venerdì 12 dicembre come forma di protesta nei confronti della legge di bilancio presentata dal governo guidato da Giorgia Meloni.

Il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, ha definito la manovra «ingiusta e sbagliata». «L’emergenza fondamentale in questo momento è il salario: c’è bisogno di aumentare i salari, questa manovra non lo fa», ha affermato.
Nel contesto regionale dell’Umbria lo sciopero assume un rilievo particolare: la Cgil umbra ha superato nel 2023 la soglia dei 100.000 iscritti, pari a circa un abitante su otto della regione. Secondo un’analisi aggiornata, in Umbria al 2024 il numero degli occupati (età 15-64) è pari a circa 373.000, con un aumento rispetto al 2019 di circa il 4,2% (+15 mila unità) ma continua a persistere una forte polarizzazione: infatti, il salario medio lordo annuo per lavoratori umbri nel 2023 era pari a 20.993 euro, e solo il 39% dei dipendenti aveva un contratto stabile a tempo pieno.

Nel testo della convocazione, Landini chiede risorse aggiuntive per il rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti, la detassazione per tutti i contratti pubblici e privati senza tetti di reddito, e la restituzione del “fiscal drag” nei confronti di lavoratori, dipendenti e pensionati.

La premier Meloni ha risposto con un commento sui social: «Nuovo sciopero generale della Cgil contro il governo annunciato dal segretario generale Landini. In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?» con evidente ironia sulla scelta del venerdì. Sul piano regionale, la Cgil Umbria vede nella mobilitazione un’occasione per richiamare attenzione sui nodi del territorio: spopolamento, lavoro povero, deindustrializzazione, smantellamento della sanità pubblica.

Lo sciopero del 12 dicembre assume carattere nazionale ma si innesta anche sullo sfondo regionale umbro, dove gli indicatori di lavoro e occupazione mostrano segnali di miglioramento quantitativo, ma persistenti criticità qualitative.

Nel 2024 il tasso di occupazione in Umbria si è attestato intorno al 66,5%, leggermente al di sotto della media nazionale, che ha raggiunto il 67,2%. Il divario è più evidente tra uomini e donne: tra i primi il tasso supera il 73%, mentre tra le seconde si ferma al 60%, a fronte di una media italiana rispettivamente del 74% e del 61,5%.

Sul fronte della disoccupazione, la regione mostra un quadro solo in parte migliorato rispetto agli anni precedenti. Il tasso complessivo si aggira intorno al 6,8%, in lieve calo rispetto al 7,2% del 2023, ma ancora più alto della media del Centro Italia (6,1%) e inferiore a quella nazionale (7,3%).

Più marcata la distanza nei salari. Secondo le elaborazioni Inps, il reddito medio annuo da lavoro dipendente in Umbria si ferma attorno ai 21.800 euro, circa il 6% in meno della media nazionale, che supera i 23.000 euro. Le retribuzioni risultano più basse nei settori del commercio e dei servizi, mentre l’industria mantiene livelli più vicini alla media italiana.

Il lavoro precario resta una criticità. La quota di contratti a termine oscilla attorno al 17% del totale, in linea con la media del Paese ma con una maggiore incidenza tra i giovani sotto i 35 anni, dove raggiunge il 28%.

Sul piano delle disuguaglianze, il reddito medio pro capite umbro è stimato in 20.400 euro, contro i 22.000 della media nazionale. L’indice di disuguaglianza di Gini si colloca intorno a 0,304, un valore leggermente più basso rispetto al dato nazionale (0,313), a conferma di una distribuzione dei redditi più omogenea, ma con livelli complessivi di ricchezza inferiori.

L’Umbria, dunque, continua a presentare un tessuto economico e sociale equilibrato ma segnato da redditi medi più bassi e da una lenta ripresa occupazionale, sostenuta soprattutto dai comparti manifatturiero e turistico.

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