di Maurizio Troccoli
Assisi si prepara a un evento destinato a segnare la storia della devozione francescana e, insieme, a chiarire un equivoco diffuso: quando si parla delle “spoglie” di san Francesco, molti immaginano un corpo visibile nella sua interezza, un teschio esposto come in una teca museale, o addirittura uno scheletro ricomposto in modo riconoscibile. Non sarà così.
Quanto sta per accadere è importante sapere che non è mai accaduto prima, dalla morte di San Francesco. Ovvero mai i suoi resti mortali sono stati esposti al pubblico, ma solo a una cerchia ristretta di studiosi, scopritori o di frati e religiosi. In occasione dell’8centenario della morte del santo invece tutti, ma solo attraverso una prenotazione, potranno venerare i resti, a partire dal 22 febbraio e fino al 22 marzo, davanti all’altare della basilica inferiore, dove sarà traslato dall’attuale cripta. Come vedremo di seguito il luogo dove sarà esposto è anche quello dove a lungo è stato custodito (sotto l’altare) e dove per secoli non si è più saputo dove fosse.
L’ostensione in occasione dell’ottavo centenario della morte del santo, offrirà ai pellegrini una possibilità inedita: vedere da vicino i resti mortali custoditi nella Basilica di San Francesco. Ma ciò che sarà visibile non sarà un corpo “intatto” e nemmeno uno scheletro montato o disteso. Sarà, più correttamente, un’urna che custodisce ossa e frammenti ossei attribuiti a Francesco, conservati in condizioni protette e presentati con un criterio che privilegia la tutela, non l’esposizione anatomica.
Che cosa vedrà davvero il pubblico La prima cosa da chiarire è il “come”. Le spoglie non saranno mostrate come un corpo ricomposto, con un ordine anatomico leggibile dall’alto verso il basso – cranio, torace, bacino, gambe e piedi – come avviene nei musei o nelle ricostruzioni didattiche. L’ostensione avrà invece un’impostazione liturgica e devozionale: il pubblico vedrà l’urna contenente i resti ossei, collocata in modo da consentire la preghiera e il raccoglimento, con un percorso predisposto e tempi di permanenza regolati. Questo significa che non si avrà davanti “il corpo di san Francesco” nel senso comune del termine, ma i suoi resti mortali, raccolti in un contenitore protettivo. È un dettaglio decisivo, perché corregge l’aspettativa più frequente: non si vedrà lo scheletro di Francesco “sdraiato”, né un teschio esposto come reliquia separata, né una parte ordinata a mo di scheletro.
Quali ossa sono presenti: cosa sappiamo con certezza Su quali resti siano custoditi esistono indicazioni storiche e descrizioni legate al ritrovamento e alle successive ricognizioni. In sintesi, le fonti concordano sul fatto che nella tomba siano conservate ossa riconducibili allo scheletro del santo, tra cui ossa lunghe e parti del torace, oltre a resti del capo. Le ossa principali che vengono normalmente citate nelle descrizioni attendibili sono: ossa lunghe (come femori e altre ossa degli arti), cioè i segmenti più robusti dello scheletro, quelli che più facilmente si conservano nei secoli; costole e ossa del torace, anch’esse indicate tra i reperti riconosciuti; resti del cranio, ossia ossa del capo attribuite alla calotta cranica e alle strutture craniche. È proprio su quest’ultimo punto che occorre precisione: dire che “c’è il cranio” può essere fuorviante, perché porta a immaginare un teschio intero e integro. In realtà, è più corretto parlare di “parte del cranio” o di “ossa del cranio”, perché non risulta che il teschio sia conservato come un oggetto unitario perfettamente completo. Questo non significa che manchi la testa o che sia assente il cranio, ma che – come avviene spesso in sepolture antiche – le ossa craniche possano presentarsi frammentate o incomplete.
Perché si parla di “parte di cranio”: cosa può essere accaduto La ragione non ha nulla di misterioso e molto di storico-materiale. Dopo quasi 800 anni di sepoltura, è normale che alcune ossa, soprattutto quelle più sottili e fragili, siano soggette a deterioramento o a frammentazione. Le ossa del cranio, in particolare, possono aver perso integrità per una combinazione di fattori: pressione e assestamenti del terreno e delle strutture sovrastanti, soprattutto in un contesto come quello della Basilica, dove la tomba fu volutamente resa inaccessibile e protetta con materiali pesanti; umidità, microclima sotterraneo e processi naturali di degrado, che nei secoli incidono più sulle porzioni ossee sottili; eventuali microfratture dovute al tempo e ai materiali di sepoltura; interventi di apertura e ricognizione (pur condotti con attenzione), che inevitabilmente espongono ossa antiche a variazioni di aria e manipolazione. In altre parole: parlare di “parte di cranio” non è un modo per insinuare dubbi, ma per usare un linguaggio rigoroso e coerente con ciò che accade normalmente ai resti antichi.
Dalla Porziuncola ad Assisi: perché Francesco morì a Santa Maria degli Angeli ma fu sepolto altrove Francesco morì alla Porziuncola, precisamente nel luogo del transito, un piccolo angolo oggi identificato alle spalle della porziuncola dove una piccola cappella indica il luogo esatto in cui era adagiato al momento della morte, che come in tanti sanno si trova all’interno della chiesa di Santa Maria degli Angeli, il decesso avenne la sera del 3 ottobre 1226. Quello era il luogo della sua scelta spirituale più radicale, la “casa” del suo ordine nascente. Eppure, non fu sepolto lì. Il corpo venne portato ad Assisi, e sepolto inizialmente in un luogo provvisorio (tradizionalmente indicato nella chiesa di San Giorgio). La scelta di Assisi non è solo affettiva o cittadina: Assisi era il centro naturale della memoria del santo e, soprattutto, il luogo in cui la Chiesa intendeva costruire una grande basilica destinata a diventare meta di pellegrinaggi. Da qui nasce anche una delle fratture storiche più note del francescanesimo: la differenza tra chi gravitava attorno al grande santuario e alle sue funzioni (la realtà che diventerà il Sacro Convento, con i frati minori conventuali) e chi invece privilegiava una linea più itinerante e povera (i frati minori). La tomba del santo, di fatto, diventa anche un “cuore” istituzionale, oltre che spirituale.
Il nascondimento: perché la tomba fu resa introvabile È vero: il corpo di Francesco fu nascosto. E non in senso leggendario, ma in modo deliberato. Quando il corpo venne traslato nella nuova basilica (1230), la sepoltura fu collocata in un punto protetto e volutamente non accessibile. La ragione è concreta: nel Medioevo i corpi dei santi erano oggetto di contesa, furti, frammentazioni per ricavare reliquie. Per un santo già allora veneratissimo, il rischio era altissimo.

La tomba fu dunque occultata, sigillata, resa inaccessibile per espressa volontà di frate Elia, amico di Francesco e suo successore come padre generale dell’ordine. Egli architettò il nascondimento facendo scavare in profondità sotto l’attuale altare della basilica inferiore. Ma oltre al cunicolo fece realizzare barriere con massi pesanti e strati di terreno in modo che neppure uno scavo potesse facilmente condurre all’urna del santo. Col passare dei secoli, tra trasformazioni architettoniche e perdita di memoria interna, si arrivò a una situazione paradossale: la basilica custodiva il santo, ma nessuno era più in grado di indicare con certezza dove fosse il sepolcro originario. E questo durò per secoli.
Il ritrovamento del 1818: la scoperta dopo sei secoli La svolta avvenne nel 1818. Dopo ricerche e scavi condotti con prudenza e riservatezza, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre venne individuato il sepolcro. È il passaggio storico decisivo: da quel momento in poi, la presenza delle ossa è verificata e documentata, e si apre la fase delle ricognizioni. E’ possibile oggi immaginare in quale clima di stupore e meraviglia avvenne quel ritrovamento dopo un lungo lavoro di scavi e tentativi falliti che portavano sempre ad ammassi o veri ‘tappi’ di pietre che, di volta in volta, facevano temere sull’impossibilità del ritrovamento p persino sulla possibilità che potesse essere stato trafugato.
Le ricognizioni: quante volte è stato riesumato e perché Le spoglie di san Francesco non vengono “riesumate” periodicamente come avviene in altri contesti. Le aperture della tomba e le ricognizioni avvengono in occasioni eccezionali, con autorizzazioni ecclesiastiche e finalità precise: controllo dello stato di conservazione, interventi protettivi, verifiche storico-scientifiche.
Tra i momenti più citati e documentati rientrano: la ricognizione successiva al ritrovamento (1818-1819), quando si procede alla prima verifica e sistemazione dei resti; in questa occasione testimonianze, fonti coeve descrivono che vennero individuati la testa e i piedi, e che al primo contatto con l’aria alcune parti mobili si abbassarono, segno che si trattava di resti autentici e non di una costruzione artificiale. Una ricognizione nel Novecento, legata a celebrazioni e anniversari (nel 1978, in vista del 750° della morte); interventi e verifiche più recenti (anche nel 2015), con aggiornamenti sulle condizioni conservative.
In epoca contemporanea la conservazione è stata migliorata con contenitori protettivi, in modo da ridurre al minimo l’azione dell’aria e dell’umidità. La logica è semplice: meno si espone il materiale, più lo si preserva. Oggi i resti sono precisamente nella cripta della basilica inferiore, all’interno di un sarcofago in pietra di travertino, che custodisce un urna in bronzo dentro cui è presente una teca in plexigas con atmosfera d’azoto per rendere neutro l’ambiente di conservazione e rallentare la degradazione.
Le prove di attribuzione: perché quelle ossa sono ritenute di san Francesco La certezza assoluta in senso moderno (come un test del Dna comparato con discendenti diretti, che nel caso di Francesco non è applicabile) non è il criterio con cui si ragiona su reliquie medievali. Qui si lavora su una convergenza di elementi storici, archeologici e documentari. Le prove ritenute solide sono: continuità del luogo: la basilica venne costruita proprio per custodire il corpo e la traslazione del 1230 è un evento storicamente attestato;
coerenza della sepoltura: la tomba trovata nel 1818 corrisponde a ciò che le fonti indicavano come collocazione protetta e sotterranea; riconoscibilità dei resti: le ossa sono quelle di un individuo umano e la loro collocazione nel sepolcro storico rende coerente l’attribuzione; ricognizioni ufficiali: la Chiesa ha ripetutamente verificato e custodito quei resti come appartenenti al santo. Il punto, nel racconto giornalistico, non è “dimostrare” come in un tribunale, ma spiegare perché, in base alle fonti e alle verifiche, quella tomba è considerata con solidità la sepoltura autentica.
Che cosa significa davvero “vedere le spoglie” La parola “spoglie” rischia di alimentare un’aspettativa sbagliata. Nel caso di san Francesco, significa vedere ciò che resta di un corpo dopo otto secoli: ossa, frammenti ossei, resti del capo, non un volto riconoscibile e non un corpo composto. L’ostensione non sarà una “visita al corpo”, ma un incontro ravvicinato con una tomba, con un’urna e con resti mortali che la storia ha custodito, nascosto, perduto e poi ritrovato.






