di M.R e M.G.P.

«Immaginate solo un istante che il vostro bambino appena nato è chiuso in un bunker a Kiev, fuori imperversa una guerra e voi non potete fare nulla per aiutarlo se non rischiare di morire, correre a prenderlo per portarlo in salvo. Una immagine devastante vero?» È così che una coppia umbra porta Umbria24 dentro il dramma che stanno vivendo una 70ina di coppie italiane che hanno intrapreso un percorso di gestazione per altri in Ucraina.

Maternità surrogata «Una volta accesa la speranza non la puoi abbandonare» sono le parole di Anna e Giovanni che tra tutte le coppie nella loro sfortuna sono stati più fortunati di altri. Il loro percorso doveva ancora iniziare, o meglio ricominciare dopo un aborto spontaneo. Quindici giorni prima dell’invasione erano a Kiev a creare i loro embrioni ora congelati nella clinica Ucraina che hanno scelto. I due umbri sono in contatto anche con le altre coppie, alcune incontrate a Kiev altre conosciute sui social e in tutti loro la sensazione è quella di vuoto: «Ti senti come in un limbo, fai la tua vita, vai a lavoro ogni giorno ma non passa istante che la tua mente non vada all’Ucraina. Ogni telegiornale che vedi aspetti solo quella frase ‘la guerra è finita’. Ci hanno rubato i sogni, di nuovo».

La testimonianza Ogni anno sono centinaia le coppie Italiane che si recano in Ucraina per coronare il loro sogno di diventare genitori. Sia con adozioni internazionali (ora interrotte anche queste) che con gestazione per altri; pratica vietata in Italia ma ben regolamentata e praticata in Ucraina. Capita che in tempi di guerra molte di queste coppie vivano in un limbo, come sospesi nel vuoto e impotenti, affrontando giorno per giorno quello che la vita gli riserva senza farsi prendere dalla disperazione. È successo anche ad Anna e Giovanni (nomi di fantasia) una coppia umbra sposata da diversi anni che pochi mesi fa aveva intrapreso un percorso di gestazione per altri a Kiev, in una delle cliniche più famose della capitale, ora finita su tutti i periodici nazionali e internazionali. Anna e Giovanni avevano fatto un primo tentativo a ottobre e sembrava che fossero vicini a realizzare il loro sogno perché la gestante era rimasta incinta. Purtroppo pochi giorni prima di capodanno la notizia che nessuno vorrebbe mai avere. Il cuore del piccolino aveva smesso di battere, quella cameretta, che ancora non sapevano nemmeno se fare rosa o celeste era destinata a rimanere ancora una volta vuota.

La speranza Anna e Giovanni però sono dei combattenti, «dopo tanti anni di fecondazioni medicalmente assistite, ripetuti fallimenti e la lotta con un male incurabile, non puoi che avere una forza sovraumana» raccontano, e così, raccolti ancora una volta i cocci, non si sono persi d’animo e hanno programmato un nuovo tentativo. Capita così che 15 giorni prima dello scoppio del conflitto i due umbri erano proprio nella capitale Kiev, «a girare tra le piazze gremite di passeggini e persone felici». Poi è iniziata l’attesa per il nuovo impianto. Passano giorni, settimane, cominci a leggere dai giornali notizie poco rassicuranti fino al giorno in cui ti crolla il mondo addosso: e truppe russe hanno invaso l’Ucraina e sono vicine a Kiev».

Ventuno bambini in un bunker Pianti, sospiri, rabbia, disperazione tutte sensazioni provate da Anna e Giovanni che non smettono di pensare che nonostante tutto si risolverà la situazione e potranno tornare a sperare di fare famiglia. Ma in trappola in un bunker a Kiev ci sono 21 bambini che aspettano i loro genitori. La clinica non li ha mai abbandonati o fatto mancare loro nulla. Infermiere specializzate si stanno occupando dei piccoli in un luogo sicuro nell’attesa che i bombardamenti cessino e quei piccoli possano finalmente essere portati in salvo. Alcuni genitori però non hanno aspettato, sono partiti per la capitale ucraina sprezzanti del pericolo, rischiando la loro vita per portare in salvo il loro neonato. Lo racconta Micromega in un podcast. Il figlio di Anna e Giovanni sarebbe invece dovuto nascere ad agosto e se non fosse capitato ciò che nessuno voleva, adesso la loro gestante sarebbe stata incinta in un Paese sotto le bombe. «Se ce lo avesse chiesto la avremmo sicuramente ospitata, lei e i suoi figli, anche rischiando l’arresto perché chi fa gestazione per altri in Italia è punito con un milione di euro di multa e il carcere fino a due anni ma in confronto alla salvezza di vite umane non c’è legge che tenga. Ora so che la donna che ci aveva fatto sperare, proprio perché non incinta ha potuto lasciare il Paese con i suoi piccoli ed è al sicuro da amici».

Vuoto normativo in Italia Se ci sono 21 bambini nati si stima che ci siano anche 800 donne incinte che partoriranno il figlio di coppie che vivono all’estero. Donne che non possono lasciare l’Ucraina dato che lì il percorso è legale ma altrove no. «La legge locale prevede infatti che i bambini nati grazie alla gravidanza per altri non acquisiscano la cittadinanza ucraina ma quella dei genitori internazionali – scrive Filomena Gallo segretario dell’associazione Luca Coscioni su Huffingtonpost -. Per fare ciò è però necessario che i genitori si rechino in Ucraina alla nascita del bambino e solo dopo il completamento dei documenti legali necessari possono tornare legalmente in Italia». Chiaramente, oggi, tutto ciò è ancora più complesso del solito. «Sarebbe semplicistico dire che se la gestazione per altri fosse stata legale in Italia tutto questo non sarebbe successo – prosegue Gallo – , in ogni caso è innegabile che il divieto di questa pratica non tutela nessuno, in nessuna situazione. L’obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di evitare situazioni di incertezza normativa e fornire piena tutela ai diritti di tutti i soggetti coinvolti, in primis, i bambini. Per questo l’associazione Luca Coscioni ha elaborato con esperti e altre associazioni una proposta di legge, depositata alla Camera dei deputati dall’Onorevole Guia Termini, per regolamentare questa tecnica affinché le persone possano accedere a tali tecniche di procreazione medicalmente assistita nella legalità in Italia. Oggi ci appelliamo affinché le istituzioni ucraine emettano subito la documentazione necessaria per i bambini, azionando poteri straordinari, e quelle italiane attivino tutti gli strumenti possibili per il completamento della procedura per la sicurezza di queste famiglie con i loro figli. ‘C’è la vita da proteggere».

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