Luciano Nebbia e Marco Morelli del Gruppo Intesa

di Daniele Bovi

C’è poco da girarci intorno. Al di là degli assetti e della distribuzione dei ruoli col bilancino ai vari territori; al di là delle sacrosante questioni aperte sul futuro dei lavoratori e dell’organizzazione, il metro con cui Banca Intesa e la costituenda Cassa dell’Umbria verranno misurati è uno: l’ossigeno che riusciranno a dare a un tessuto economico in apnea creditizia. E ha ragione Luciano Nebbia (direttore regionale di Intesa per Umbria, Toscana, Lazio e Sardegna) quando lunedì di fronte alla presidente della Regione Catiuscia Marini ha sostanzialmente spiegato che una banca si misura non solo sul credito erogato, ma anche sugli strumenti innovativi e di qualità che riesce a mettere a disposizione delle imprese. Così come ha altrettanto ragione quando osserva che in un periodo di crisi come quello attuale la concorrenza si gioca sulla velocità, sull’organizzazione e sulla semplificazione. In sintesi sulla qualità dei servizi offerti.

Scarsità cronica Il problema numero uno sollevato dal mondo imprenditoriale e dalle famiglie umbre rimane però uno e uno soltanto: quello della ormai cronica scarsità di credito. La presidente lo ha ricordato di fronte alla platea delle associazioni imprenditoriali e ai vertici di Intesa: le banche devono tornare ad essere vicine al territorio erogando credito a tassi ragionevoli. Qualche numero aiuta a capire: tra giugno e dicembre 2011 gli impieghi sono per la prima volta diminuiti in termini nominali del 2,56% (da 12,9 a 12,57 miliardi di euro) mentre le sofferenze bancarie crescono superando il 10% degli impieghi. La maggior parte dei finanziamenti prende poi la strada dei grandi gruppi: secondo i dati di Bankitalia (aggiornati al 30 settembre 2011) dei 16 miliardi di finanziamenti per cassa (che costituiscono l’85% del totale erogato) prestati dalle banche in Umbria, il 69,5% è andato al 10% dei maggiori affidatari. Ovvero alle grandi imprese. Nell’ultimo anno, dal 30 settembre 2010 allo stesso giorno del 2011, la quota è rimasta sostanzialmente stabile calando di appena lo 0,3%. Tanta generosità però non è ripagata da un’equivalente affidabilità. Sempre secondo i numeri di Bankitalia in capo a quel dieci per cento di big c’è il 76,4% del totale delle sofferenze, ovvero quelle linee di credito che le banche ormai non facilmente riusciranno a riscuotere. Tradotto in soldoni, qualcosa come un miliardo e 607 milioni di euro. Questo mentre i piccoli gridano a squarciagola come per loro il credito sia concesso con il contagocce.

I prestiti della Bce A preoccupare ulteriormente c’è poi quanto successo tra il dicembre scorso e il febbraio di quest’anno quando, in due tranche, la Bce ha erogato al sistema bancario europeo qualcosa come 1.100 miliardi di euro (il 18,5% alle banche italiane) all’uno per cento rimborsabile dopo tre anni. Un’operazione pensata con uno scopo preciso: combattere la stretta creditizia. Che fine hanno fatto questi soldi? Al contrario di quanto accaduto negli altri Paesi Ue, una parte considerevole è finita in titoli obbligazionari, titoli di Stato compresi. I numeri dell’Abi dicono come tra gennaio 2011 e febbraio 2012 sono arrivati nella pancia delle banche italiane altri 166 miliardi di titoli. Un’operazione che consente evidenti guadagni nel margine che va dall’un per cento della Bce ai tassi di interesse garantiti dai titoli.

La strada dei soldi Sul totale attivo degli istituti di credito Lavoce.info ha mostrato poi come nello stesso periodo (gennaio 2011-febbraio 2012, dati Bce) il peso dei titoli nelle casse delle banche italiane sia cresciuto del 6,4%. In Germania è calato di oltre il 4% e in Francia del 3%. Una parte degli oltre 200 miliardi è quindi finita in titoli, altri sono serviti a ricapitalizzare. Da ultimo occorre notare come secondo le recenti statistiche di Bankitalia i prestiti nel mese di febbraio rispetto a gennaio sono diminuiti del 2% (rispetto a dicembre 2011 del 3,7%); il tasso per il credito al consumo, sempre a febbraio, è al 10,1% (+1,3% rispetto a febbraio 2011) mentre quello per i mutui è al 4,6% (+1,3%). Per l’economia «reale» che cosa è rimasto? Come hanno utilizzato questi soldi le banche? Ovviamente non tutti gli istituti di credito hanno agito nella stessa maniera ma lo scenario in cui Banca Intesa e la futura Cassa dell’Umbria devono dare risposte concrete è questo.

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