di Massimo Colonna

«Sentivo i lamenti di mio marito provenire dall’altra stanza. Io ero legata e imbavagliata. Ad un certo punto non l’ho più sentito». A raccontare gli ultimi istanti di vita di Giulio Moracci è Fioranna Fineschi, sua moglie, in aula per il processo per la rapina finita nel sangue nell’aprile dello scorso anno. La vedova è stata ascoltata come teste dell’accusa insieme ai carabinieri che hanno portato avanti le indagini.

Il racconto L’udienza si è svolta nell’aula al primo piano del tribunale di Terni davanti al giudice Massimo Zanetti e alla corte d’Assise. La signora Fioranna, 87 anni, ha raccontato i momenti dell’aggressione, da quando ha sentito suonare il campanello. «Ho sentito suonare il campanello e qualcuno mi ha detto che c’era un telegramma. Allora ho aperto la porta e mi sono ritrovata due persone in casa».

Il marito A quel punto, secondo quanto ricostruito anche dalle indagini coordinate dal pubblico ministero Barbara Mazzullo, Elvis Epure e GheroGhe Buzdugan hanno immobilizzato la coppia con nastro e corde, lei in cucina e lui nella stanza da letto. «Ho sentito i lamenti di mio marito per un po’ – ha proseguito la vedova Moracci – poi all’improvviso non è caduto il silenzio».

La fine di Giulio Quando sono entrati i carabinieri in casa sfondando la porta, come racconterà anche un militare dell’Arma nella sua testimonianza, il corpo del 91enne era riverso sul letto con il viso rivolto verso il materasso, anche lui con le mani legate dietro la schiena. Nell’altra stanza invece la donna è stata subito liberata mentre arrivavano i soccorsi e mentre altri colleghi bloccavano i due esecutori materiali della rapina appena usciti dal cancello di via Andromeda 1.

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