I precari indossano maglie con su scritti gli anni di lavoro (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

«Chiediamo all’amministrazione di questo Ateneo una assunzione di responsabilità piena nei nostri confronti che ci permetta di sapere cosa ci aspetta nei prossimi mesi, e nel caso in cui dovessimo non essere ritenuti vitali e importanti per il futuro dell’Ateneo che ci venga detto a chiare lettere e dimostrato». Venerdì alla riunione del cda e del Senato accademico dell’Università di Perugia c’erano anche i 70 precari a rischio dell’Ateneo, che hanno letto un documento in cui si chiede allo Studium un’assunzione di responsabilità e anche di consentire che i lavoratori partecipino al tavolo tecnico sul precariato istituito dall’amministrazione. Un’amministrazione che in parte, come hanno spiegato i precari nel corso di un sit-in che si è tenuto in mattinata, sentono «ostile».

FOTOGALLERY: IL SIT-IN

Ostili «Una parte di essa – spiegano – sta cavillando intorno alla sentenza e ha chiesto un parere che non arriverà mai. Prendono tempo, così i contratti scadono, le proroghe non vengono fatte e a quel punto potranno spartirsi i punti organico». Secondo i precari, che a Senato e cda hanno presentato un documento tecnico, «è possibile fare le proroghe dei contratti in scadenza, e per una decina di essi così è stato. Loro, sulla base della sentenza, spiegano che non si può andare oltre i 36 mesi, ma qui abbiamo tutti ben più di tre anni di lavoro (alcuni sono negli uffici da 10 o 15 anni, ndr). Ecco perché è un alibi che viene usato dall’amministrazione. Se tutti, come la precaria che ha vinto il ricorso, facessimo lo stesso, vinceremmo e ci dovrebbero molti soldi».

IL DOCUMENTO LETTO IN SENATO E CDA

L’eredità Il problema dei 70 precari non è di certo nuovo bensì, come sottolineato anche a cda e Senato, «un qualcosa di ereditato dalla vecchia amministrazione». Eloquente a tal proposito uno degli striscioni esposti venerdì: «Università degli studi di Perugia 2016: 703 anni di storia e 853 anni di precariato», che altro non sono se non la somma del tempo lavorato dalle 70 persone all’interno degli uffici dell’Ateneo. «Oggi non ci hanno dato risposte precise e ce lo aspettavamo. Il rettore – spiegano al termine della riunione – si è impegnato a procedere con le misure di stabilizzazione previste per legge e ha ribadito che lui vuole fare tutto secondo la legge. Anche noi lo vogliamo: la legge non è a favore nostro ma ci sono altri mezzi e norme attuabili per dare vita alle proroghe».

Strumentalizzazioni Il tavolo tecnico, al quale partecipano il direttore generale, il delegato del rettore per la contrattazione e i sindacati, si riunirà martedì e sulla possibilità di partecipare i precari attendono una risposta entro lunedì: «Anche perché – dicono – se non ci facciamo sentire veniamo strumentalizzati». Solidarietà nei confronti dei precari è stata espressa dai gruppi consiliari di Pd e Psi del Comune di Perugia. «Si tratta – dicono – di figure professionali fondamentali. Ci auguriamo che l’Università possa trovare una soluzione che riesca a scongiurare la perdita di posti di lavoro e di servizi fondamentali». «Non sappiamo – aggiungono – se chi amministra la città di Perugia oggi si sia reso conto della situazione paragonabile alla chiusura di un’azienda di medie dimensioni. Auspichiamo pertanto che il sindaco e la giunta escano dalla loro usuale assenza, che si palesa con puntualità di fronte alle tematiche delicate che riguardano la nostra città».

Prc «Pieno sostegno» arriva anche da pare di Rifondazione comunista dell’Umbria, che vede il rischio di un possibile «forte ridimensionamento» dell’Università: «Siamo di fronte a tagli ingiustificati – scrive il segretario regionale Enrico Flamini -, gravi e dannosi. Noi pensiamo che il Comune di Perugia, tutto impegnato in surreali rievocazioni storiche, e la Regione dell’Umbria, tra una pseudo crisi e l’altra, farebbero meglio ad intervenire presso il governo perché è inaccettabile per Perugia e per l’intera regione che il nostro Ateneo venga così duramente colpito in termini di tagli occupazionali con il rischio di una forte riduzione dell’offerta e della qualità di servizi tecnici ed amministrativi».

Twitter @DanieleBovi

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