Come si è evoluta l’Umbria negli ultimi 40 anni e com’è cambiata negli ultimi cinque di crisi? Sono queste le domande a cui cerca di rispondere Cna attraverso il dossier, commissionato al Centro studi sintesi e presentato giovedì a Perugia, sulle dinamiche e le prospettive per lo sviluppo economico locale. In esame sono stati presi la struttura e la composizione del sistema imprenditoriale, la distribuzione dell’occupazione, le direttrici lungo cui si è registrato il maggior sviluppo, l’evoluzione demografica e il fenomeno del pendolarismo. Una regione, l’Umbria, che ha visto crescere la sua popolazione negli ultimi 40 anni di quasi 120 mila unità, periodo nel quale il numero di imprese è raddoppiato, e il cui sviluppo si è concentrato intorno alle infrastrutture, soprattutto viarie, in particolare lungo l’asse Nord-Sud (quello della E45) e nella parte centrale dell’Umbria.
Quarantennio di sviluppo Pur essendo raddoppiato il numero delle imprese, la spina dorsale si conferma essere quella delle piccole, in particolare di quelle fino a 9 addetti, che oggi sono il 95 per cento del totale. Quarant’anni in cui è diminuito il peso del commercio (nel 1971 ci operava il 28 per cento delle società, oggi il 26 per cento) mentre è cresciuto (dal 22 al 49 per cento) quello di chi si occupa di servizi. «Un autentico boom – ha detto il direttore di Cna Umbria Roberto Giannangeli – dei servizi e delle costruzioni mentre calano commercio e del manifatturiero. Le micro e piccole imprese si confermano sempre più come il maggior serbatoio di occupazione del settore privato, arrivando a rappresentare l’81 per cento dei 242 mila addetti totali. L’artigianato poi, da solo, esprime un quarto degli addetti del settore privato in Umbria, in tutto 59 mila unità».
I dati «In particolare nel manifatturiero – ha detto poi Alberto Cestari, del centro studi Sintesi – cambia anche la rilevanza dei vari settori». A diminuire sensibilmente infatti sono gli addetti del sistema moda, dell’industria alimentare e della chimica, mentre aumentano quelli impegnati nella fabbricazione di macchine e apparecchi meccanici o elettrici e nell’elettronica. Durante la crisi il sistema regionale delle imprese, pur restringendosi (-1.787 imprese, pari a una flessione del 2,1 per cento), ha retto meglio rispetto alla media nazionale (-2,6 per cento). I settori più penalizzati sono stati le costruzioni, i trasporti e l’agricoltura, mentre sono cresciuti i servizi e il commercio. Negli ultimi cinque anni poi le imprese manifatturiere che non ce l’hanno fatta sono state circa 500, in particolare nel sistema moda, nella produzione di metalli e nell’industria del legno e arredo casa. In crescita invece le imprese fornitrici di energia, quelle che fabbricano macchinari e l’industria alimentare. Sempre durante la crisi le imprese dei servizi nel loro complesso sono aumentate (+700 imprese circa), ma è cambiata la loro specializzazione (più servizi di supporto alle imprese e meno call center o noleggio di beni).
Bene l’export Un dato positivo è quello relativo alle esportazioni, finalmente tornate in questo semestre ai livelli pre-crisi (+1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008). Le esportazioni nel settore siderurgico si sono dimezzate perdendo il loro primato storico, che passa al sistema moda e tessile nel suo complesso. Dalla ricerca emerge anche che il pendolarismo per motivi di lavoro e/o studio degli umbri verso altre regioni (specialmente Lazio e Toscana) è raddoppiato in venti anni; aumentato molto anche il pendolarismo interno, in particolare dai piccoli comuni verso i centri più grandi, fenomeno più marcato nel Ternano. Il tutto in un panorama infrastrutturale che presenta carenze storiche.
Servono infrastrutture «Per concludere – riprende Giannangeli – crediamo che i risultati della ricerca dimostrino innanzitutto il peso determinante della piccola impresa in termini occupazionali, mentre sono troppo poche le aziende di maggiori dimensioni; che la moda, la meccanica e l’agroalimentare sono settori trainanti, specie se realizzano un prodotto finito in grado di conquistare nuovi mercati; che le infrastrutture determinano fortemente lo sviluppo, ragion per cui occorre andare velocemente al completamento della Quadrilatero e della Orte-Civitavecchia, alla riqualificazione della E45, al rafforzamento dell’aeroporto di Perugia e al collegamento con l’alta velocità ferroviaria. La ricerca dimostra anche che serve una maggiore qualificazione dei servizi, legandola sempre più alla produzione per creare maggior valore aggiunto; che una popolazione che invecchia può anche aprire a nuove opportunità; che gli stranieri per l’Umbria rappresentano una ricchezza (7.144 imprese in Umbria con titolari e/o soci non italiani); che – infine – l’analisi dei flussi di pendolarismo deve essere presa in considerazione sia quando si parla di macroregioni, sia nel ridisegnare il sistema del trasporto pubblico locale».
