
di Dan. Bo.
Strade, autostrade, ferrovie, acquedotti, scuole, teatri biblioteche e banda larga: è su queste infrastrutture che l’Umbria sconta un gap rispetto al resto delle regioni italiane. Gap certificato dai numeri dell’Istituto Tagliacarne che per il Cnel cura il censimento ufficiale sul tema. Numeri che sono il cuore di uno degli assi portanti del federalismo fiscale, ossia il sesto decreto attuativo il cui esame proseguirà oggi e domani nella Commissione bicamerale per l’attuazione della riforma.
Tra le otto regioni in ritardo I dati, pubblicati dal Sole 24 Ore nell’edizione di lunedì, parlano di un’Umbria che, fatta 100 la media nazionale dell’indice della dotazione infrastrutturale, si piazza tra le otto regioni in ritardo con 82,3 punti. Quintultima con alle spalle Abruzzo, Calabria, Molise e Basilicata. Una performance lontana dal 43,8 della Basilicata ma altrettanto lontana dai 122 punti della Lombardia o dai 111 dell’Emilia Romagna. L’Istituto ha preso in esame i criteri quantitativi di cui in apertura, rapportati alla popolazione, ma anche qualitativi come ad esempio intensità della raccolta differenziata o consumo di energia elettrica. A livello provinciale Terni si piazza al 42esimo posto con 87,4 punti e Perugia al 53esimo con 80,6.
IL TESTO COMPLETO DEL DECRETO ALL’ESAME DELLA COMMISSIONE
Qualche numero Qualche numero: in Umbria sono presenti appena 59 chilometri di autostrade, 181 di binari doppi elettrificati, 110mila metri quadri di area parcheggio per aerei, 141mila sono invece i chili di raccolta differenziata, mentre 367 sono le biblioteche e 594 le aule nei licei della regione. L’indice generale, come detto, permette all’Umbria di conquistare 82,3 punti.
Il decreto La speranza per le regioni svantaggiate arriva quindi dal sesto decreto attuativo, che ha come oggetto le «risorse aggiuntive» e gli «interventi speciali» chiamati a rimuovere gli squilibri economici e sociali. Un decreto che non fa che applicare il dettato dell’articolo 119 della Costituzione, ossia quello che prevede che lo Stato faccia uno sforzo per «promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale» in determinate aree.
I fondi Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri nel novembre scorso non offre una definizione precisa delle infrastrutture che saranno oggetto di perequazione, rimandando questo passaggio ai programmi di finanziamento e ai contratti istituzionali. I fondi per raggiungere questi obiettivi saranno quelli Fas (fondi per le aree sottoutilizzate) che per l’occasione diventeranno il Fondo per lo sviluppo e la coesione: l’85% sarà riservato alle regioni del Sud, il resto al Centro-Nord.

