Un asilo nido (foto archivio)

Gli esponenti del Movimento 5 stelle di Terni vanno all’attacco dell’amministrazione comunale per «sperpero di risorse». Stavolta, nel mirino del gruppo consiliare c’è l’ex scuola per l’infanzia San Carlo, in particolare la palazzina in cui aveva sede, che sarebbe coinvolta in una vicenda di mala gestione con alienazione e riacquisizione.

Premesse La palazzina dell’ex scuola per l’infanzia San Carlo è al centro dell’attenzione dei pentastellati per quello che in una nota definiscono «splendido esempio di come l’amministrazione è in grado di trasformare un’operazione sulla carta profittevole in uno spreco di risorse e denari, prova del modo irresponsabile e sciatto con cui gestisce il patrimonio dei beni demaniali dei cittadini ternani». Come raccontano, «la palazzina che ha ospitato fino al 2009 la ex scuola per l’infanzia di San Carlo viene dichiarata alienabile ad aprile 2010, senza però aver atteso l’autorizzazione della soprintendenza ai beni culturali essendo un edificio di potenziale interesse. I bambini vengono mandati in locali in affitto mentre la palazzina viene messa in vendita per esigenze di bilancio, senza attendere l’autorizzazione della soprintendenza».

Aggiudicazione della palazzina «Dopo alcuni tentativi di vendita non andati a buon fine – continuano i 5 stelle – la palazzina viene aggiudicata provvisoriamente nel giugno 2012 ad un’impresa per 205 mila euro. Solo a questo punto l’amministrazione per la prima volta contatterà la soprintendenza per avere l’autorizzazione a fare ciò che in realtà stava già facendo, vendere, e a distanza di poco tempo dall’asta, l’impresa fa richiesta di entrare nella palazzina al fine di insediarvisi e non interrompere lo svolgimento della propria attività».

Atto d’obbligo, immobile inagibile Lo sviluppo della vicenda viene ricostruito dal M5s come segue: «L’amministrazione risponde celermente all’impresa, sottoscrivendo un atto d’obbligo il cui contenuto autorizza un privato ad insediarsi fino al dicembre 2012 in un immobile parzialmente inagibile (così descritto ma nessuno è riuscito a fornire la perizia strutturale), chiedendogli di fare lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, nonostante la soprintendenza avrebbe potuto negare l’alienazione o porre di vincoli sugli interventi da eseguire.

Interesse storico della soprintendenza «A settembre 2012 – continua il comunicato – la soprintendenza dichiara l’interesse storico senza ancora autorizzare l’alienazione; l’amministrazione prova così a tutelarsi chiedendo la sottoscrizione di un atto preliminare di compravendita, che vincolava l’aggiudicatario a ripristinare l’immobile alle condizioni originarie in caso di mancata alienazione. I lavori – spiegano – a quel momento erano già stati fatti e l’amministrazione ne era consapevole, avendolo permesso con l’atto d’obbligo e letto in un esposto e constatato dal nucleo di vigilanza edilizia».

Autorizzazione e revoca dell’alienazione La vicenda ha poi due risvolti totalmente contrapposti fra loro: «Ad aprile 2013 – si legge nella nota – arriva l’autorizzazione ad alienare, ma solo ad aprile 2014 l’amministrazione inviterà l’aggiudicatario a stipulare il contratto di compravendita e a versare il dovuto, 205 mila euro al netto della cauzione provvisoria di 20.400 euro e gli ulteriori 3.000 euro previsti dall’atto d’obbligo. Il contratto non sarà mai firmato, il dovuto mai incassato, ma messo a bilancio e un privato occuperà senza alcun titolo, un edificio comunale senza dover pagare tasse e tributi relativi, assumendosi dall’altro canto la responsabilità di garantire l’incolumità di un edificio inagibile e ristrutturandolo a spese proprie, finché a luglio 2014 l’amministrazione comunica di aver avviato un procedimento di revoca dell’aggiudicazione che non ha avuto seguito, almeno fino alla conclusione dei lavori della commissione a maggio 2015».

M5S: «Risorse sprecate, a perdere è la città» La vicenda si conclude, come spiegano i grillini, «senza nessun vincitore, con una perdita per la città, con il mancato incasso del dovuto e dei tributi per l’amministrazione, oltre che con lo sperpero di risorse da parte degli acquirenti dello stabile. Quel che sappiamo sull’esito della vicenda – concludono i consiglieri – lo apprendiamo dal documento di ricognizione dei residui attivi, dai quali i 205 mila euro sono stati stralciati, segno che probabilmente il procedimento di revoca sarà definitivo. Sarebbe stato interessante saperlo dall’ assessore al bilancio, assente dal consiglio comunale del 29 giugno e che visti i 12 milioni di buco nel bilancio avrà altro a cui pensare che non un vecchio edificio in periferia».

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