Il depuratore Codep di Bettona

di Fra. Mar.

Sono stati i carabinieri del Noe a sfilare come testimoni nell’ambito del processo scaturito dall’inchiesta sulla gestione illecita dei rifiuti speciali non pericolosi nel depuratore di Bettona. Sono stati loro, guidati dalle domande del pubblico ministero Manuela Comodi a ripercorrere le tappe che portarono a scoprire quello che per la procura è traducibile in disastro ecologico, associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti.

L’accusa Lo scandalo del depuratore di Bettona emerse nel luglio del 2009 con l’emissione di 11 misure di custodia cautelare, a conclusione di 3 anni di indagini da parte dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico diretti dal pm Comodi. «Il sodalizio – scriveva il pm– operava mediante l’irregolare e non autorizzata gestione dell’impianto al fine di consentire ai consociati di disfarsi agevolmente degli enormi quantitativi di rifiuti prodotti dalle proprie aziende zootecniche, lucrando sia sui notevoli risparmi derivanti dallo smaltimento illecito, anche attraverso conferimenti di terreni da parte di proprietari (…) sia sui proventi e le utilità derivanti dalle illecite attività connesse all’esercizio dell’impianto in violazione di legge».

Gli imputati A processo davanti alla Corte d’Assise ci sono i tre tecnici dell’Arpa Susanna D’Amico, Antonio Bagnetti e Claudio Menganna, difesi dagli avvocati Francesco Falcinelli, Franco Libori e Maria Mezzasoma, il presidente di Codep Graziano Siena, i vicepresidenti Giovanni Mattoni e Rinaldo Polidori, i consiglieri Sergio Longetti e Nicola Taglioni, Gianni Berretta, Stefano Zanotti, Massimo Mencarelli, Nicoletta Giammarioli, Renato Mattoni, Giuseppe Mencarelli, Giuseppe Meschini, Giampaolo Proietti, Paolo Schippa e Renato Taglioni. La sentenza potrebbe arrivare già entro giugno.

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