Valerio Menenti

di Francesca Marruco

L’udienza che potrebbe capovolgere il destino processuale di Valerio Menenti è quella che si è celebrata lunedì nella sala degli Affreschi del tribunale di Perugia. L’accusa di aver concorso nell’omicidio di Alessandro Polizzi, materialmente eseguito dal padre Riccardo Menenti, come ormai risulta in maniera pacifica, si regge infatti tra le altre cose, sulla testimonianza di una ragazza rumena, commessa in un Compro Oro di via Settevalli in cui, secondo il racconto della ragazza, Valerio si sarebbe recato il 23 marzo per vendere un bracciale d’oro, mentre era ricoverato in ospedale a Perugia, dopo essere stato picchiato da Alessandro Polizzi.
Il Compro oro La commessa, che si presentò spontaneamente in questura dopo l’arresto di padre e figlio, sostiene di aver visto Valerio «non ricordo se mattina o pomeriggio, ma ricordo nitidamente che quando è entrato nel negozio era tempo brutto, anche se in quel momento non stava piovendo. Sono rimasta fortemente impressionata dalle lesioni che aveva in volto. In particolare ricordo che aveva gli occhi gonfi, tumefatti e lividi». Secondo la Boszo, Menenti avrebbe effettuato una telefonata nel suo negozio e lo avrebbe sentito dire «devono pagare per quello che mi hanno fatto … pagheranno con la loro vita.. no a questo punto anche lei.. no tu che c’entri. Dai stai tranquilla perché io sarò in ospedale».

Le terapie Valerio Menenti ha sempre negato di essere stato in quel negozio il 23 marzo, due giorni prima dell’omicidio. E lunedì in aula, uno dei medici dell’ospedale, chiamato a spiegare la cartella clinica con su annotati gli orari della somministrazione delle terapie al giovane tatuatore ha fatto emergere un aspetto fino ad ora ignoto: stando a quanto scritto nella cartella clinica, a Menenti sarebbero stati somministrati 500 cc di Ringer Lattato alle ore 16, altri 500 cc di soluzione gucosata, e altri di soluzione salina. Tutti liquidi che ci mettono un po’ a scendere nelle vene del paziente. Secondo il dottore che ha deposto in aula, per 500 cc di soluzione salina ci possono volere «fino a due ore». Questa inedita ricostruzione dunque porta acqua al mulino della difesa, tanto che Valerio Menenti al termine dell’udienza ha annunciato alla corte che denuncerà per calunnia Alina Boszo.

Due verità La verità però è che dalla cartella clinica non è ben chiaro come siano andate le cose, così come non è stata chiara la deposizione del medico. Ognuna delle parti ha capito una cosa leggermente diversa e solo le trascrizioni dell’udienza potranno forse dirimere il dubbio sollevato. Perché è evidente che se dalle 16 in poi Menenti ha sempre avuto flebo attaccate, risulta difficile immaginare una sua uscita dall’ospedale. Alina disse che lei apriva il negozio intorno alle 15- 15,30, quindi potrebbe anche esserci andato prima delle 16. Tecnicamente possibile, ma certamente con orari molto risicati. Qual è dunque la verità? Che motivo avrebbe avuto la Boszo di infilarsi in un’indagine tanto delicata e diventarne una delle testimoni chiave? E ancora, nella cartella vengono annotati gli orari di reale somministrazione o quelli prescritti ( che non sempre coincidono)?

La scientifica sulla pistola Non è finita qui. Il pomeriggio infatti è stata la volta della deposizione della biologa della polizia scientifica di Roma che ha analizzato le tracce repertate sulla pistola Beretta con cui Polizzi è stato ucciso. Anche qui, al termine del confronto, le tesi sono opposte. La biologa La Rosa ha spiegato che, nella stragrande maggioranza delle tracce repertate sulla pistola, il dna era di Alessandro Polizzi. Quello di Riccardo Menenti, commisto a quello di Polizzi, si trova sul cane e sul fondo del caricatore. Per il resto è quasi tutto sangue di Alessandro o comunque tracce biologiche non meglio specificate, se non come, genericamente, cellule di sfaldamento. Menenti sostiene che la pistola l’ha tirata fuori Polizzi e il colpo è partito accidentalmente mentre stavano ingaggiando un corpo a corpo. Julia, che è scampata alla morte, dice invece che l’assassino gli ha sparato contro mentre erano a letto, poi Alessandro si è alzato e ha combattuto contro Menenti riuscendo a disarmarlo.

La Beretta Per l’accusa, in aula il pm Gemma Miliani ha guidato la deposizione della biologa, Riccardo Menenti oliò abbondantemente la pistola e calzando i guanti, non lasciò tracce sulla pistola. Se non sul cane e sul fondo del caricatore. Le tracce biologiche di Menenti, perché non si tratta di sangue, sono finite lì durante la colluttazione, quando forse si è procurato la ferita sulla fronte o ci si sono appiccicate mentre caricava l’arma, magari senza guanti? E ancora per Polizzi, il suo sangue è pressoché su tutta l’arma, tranne alcuni punti in cui ci sono tracce biologiche: è possibile che quel dna sia rimasto sulla pistola mentre cercava di disarmare Menenti o come dice la difesa c’era da prima perché quella pistola era sua? Dubbi a cui solo la Corte, almeno per la verità processuale, potrà rispondere. Intanto lunedì prossimo padre e figlio verranno interrogati in aula.

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