di Ivano Porfiri
Ha ancora negli occhi i riflessi rubini del Brunello di Montalcino, la signora Emilia Nardi. E’ l’ultima degli otto figli della terza generazione della dinastia di imprenditori altotiberini che rischiano da sempre. Da quando Francesco aprì la sua prima bottega per produrre aratri a trazione animale. Il primo gioiello lo presentò alla Fiera di Parigi del 1909. Oggi, solo nello stabilimento di Selci Lama, lavorano 170 persone su un’area di 45 mila metri quadri. Ma il gruppo esporta in tutto il mondo, ha aperto uno stabilimento in Venezuela e uno in Cina. Hanno diversificato le attività fino all’immobiliare.
Voglia di lavorare Ma è nella terra che affondano le radici della famiglia Nardi. Laggiù dove vanno a conficcarsi gli aratri. «Quando il consiglio di famiglia ha deciso di affidarmi l’azienda principale, quella che produce macchine agricole – spiega Emilia, nominata presidente della Nardi spa – io venivo dal settore vitivinicolo e tutt’ora non ho le competenze di un ingegnere, ma porto con me il requisito essenziale di ogni imprenditore, che non sono tanto i capitali o le infrastrutture, pur importanti, ma la voglia di lavorare». Una delle poche donne alla guida di un’azienda di tali dimensioni in Umbria, Emilia si è formata prendendosi cura, dagli anni ’80, delle Tenute Silvio Nardi a Montalcino. «Anche lì la mia famiglia ha dimostrato di saper guardare lontano: nel 1950 acquistò il terreno, nel 1954 produsse la prima bottiglia di Brunello: oggi siamo considerati dei veterani».
La «licealizzazione» Il timone della Nardi, Emilia lo ha preso il giorno della Befana del 2009 e da allora ha iniziato a confrontarsi con le potenzialità, ma anche i problemi dell’industria meccanica. «Oggi facciamo una grande fatica a trovare giovani che abbiano le competenze tecniche e le motivazioni per lavorare da noi. Molto del nostro personale è in là con l’età e presto avremo il problema del ricambio generazionale». Gli stage con l’Itis Franchetti di Città di Castello, come spiega anche la preside dell’istituto, Valeria Vaccari, aiutano certo, ma non bastano a frenare la «licealizzazione» dei giovani d’oggi, che latitano nelle professioni tecniche non fornendo ricambio ai più anziani.
Più infrastrutture Ricambio avvenuto, invece, ai vertici dell’impresa. «Io – spiega ancora Emilia Nardi – sono l’anello di congiunzione tra la terza e la quarta generazione. Noi otto figli abbiamo 18 nipoti e diversi di loro hanno già manifestato l’intenzione di lavorare in azienda». Per quanto riguarda il futuro, Nardi chiede «che si agevolino le aziende: i collegamenti sarebbero fondamentali, specie verso il Nord, dato che verso Sud bene o male basta arrivare ad Orte. Il collegamento ferroviario è un problema che poniamo già dai tempi di mio nonno, mentre per l’aeroporto ci siamo ormai rassegnati a fare due ore e mezza di macchina. Ci adattiamo». L’adattarsi come stile aziendale. «Il mio motto è una frase di Octavio Paz: “modernizzare vuol dire adottare e adattare. E anche ricreare”. Ci vedo scritto il futuro della Nardi».


