di M.Alessia Manti

Piccola premessa personale. Non sono mai stata una fan dei Verdena, nemmeno quando rappresentavano un’eccezione nell’heavy rotation infiocchettato di Mtv. Era il 1997. Due fratelli con le occhiaie e una ragazza bionda con la ricrescita. Basso, chitarra e batteria. Pezzi da pogo e dai titoli spaziali. Girava voce che questi miei tre coetanei bergamaschi avessero adibito un pollaio a sala prove. Aneddoto molto grunge e assolutamente veritiero. In una scena formata per lo più da trentenni, la curiosità ruotava in realtà attorno alla loro età anagrafica, per quanto mi riguardava.
Doppio sold out Quasi undici anni dopo sono un gruppo da doppie date sold out e da top ten. Col palindromo WOW, uscito a gennaio, in una settimana hanno venduto più di Zucchero e Negramaro. Insomma, dopo tre anni di assenza e isolazionismo, c’erano grandi attese per questo tour. La seconda serata perugina dei Verdena all’Urban comincia abbastanza tardi. Al botteghino c’è la fila già dalle 21 per accaparrarsi gli ultimi biglietti messi a disposizione. Dentro, a guardarlo dall’alto, il pubblico non è del tutto omogeneo. Accanto ai seguaci dell’ultima ora, quelli che nel ‘97 giocavano con i Pokémon, ci sono gli affezionati di sempre, sostenitori di un qualche livello semantico della loro produzione artistica, quelli che invece «mi piacciono nonostante i testi» e i semplici curiosi.
WOW I Verdena con il loro ultimo disco che ha innegabilmente segnato una loro maturazione, hanno spiazzato in molti. E’ comunque sbagliato parlare di “nuovi Verdena” perché in WOW c’è la loro storia, con gli incontri giusti e fatti al momento giusto magari. Ci sono il rock e le sigarette di Giorgio Canali, la poetica del cut up di Manuel Agnelli, la psichedelìa dei Jennifer Gentle con cui i due fratelli Ferrari hanno calcato il palco in un minitour di due anni fa.
Ripescaggi WOW dal vivo non viene snaturato e seppure occupi gran parte della scaletta introduce ripescaggi da Solo un grande sasso, Il suicidio dei samurai, Requiem e persino dal loro primo omonimo. Vecchi brani rivisitati – nel caso di alcuni in particolare – a conferma di una recente dichiarazione fatta da Alberto Ferrari che non nasconde una certa lontananza stilistica e d’intento rispetto ai primi dischi.
Cazzoni nel Dna? La setlist segue un climax energetico: dall’apertura agrodolce affidata a Scegli me(in un mondo che tu non vuoi) all’obladìobladà di Rossella rollover, passando per Miglioramento, di chiaro stampo MGMT e la galoppante Loniterp . I brani nuovi, sono suonati in maniera così precisa che alla prima svista si potrebbe pensare che “fare i cazzoni” per loro sia una scelta più che uno stile involontariamente uscito dal loro Dna di band. Pezzi come Canos e Muori Delay si confermano come semi di WOW gettati in anticipo.
Concerto-karaoke I tre, ai quali si è aggiunto per dar corpo al sound il polistrumentista Omid Jazi, si scambiano gli strumenti con naturalezza. Interagiscono col pubblico, lo ringraziano spesso. A tratti la sensazione, purtroppo, è quella di un concerto-karaoke: molti hanno imparato a memoria anche i brani più nuovi, come avemaria, e capita addirittura che qualcuno si impossessi del microfono, col placet di Ferrari primo.
Finiti i tempi nirvanici E’ stato comunque un live degno di un gruppo in ottima salute, dall’attitudine più “sorridente”, come già si era capito dal videoclip del primo singolo. Di certo c’è chi farà il bis e forse il tris. A volte piacere è un gioco da ragazzi per chi ragazzo non lo è più e la maturità, anche quella artistica, una volta raggiunta non ammette ritorni indietro. Sono finiti i tempi nirvanici. L’unica cosa rimasta è un taglio di capelli alla Kurt Cobain?
