Una delle ipotesi di Cattaneo: 3 macroregioni

di Iv. Por.

Si chiama spending review, si legge tagli. E’ di questi giorni, in attesa delle decisioni del governo sul piano Cottarelli, l’esercizio in cui molti si stanno cimentando per indicare dove e come tagliare. Ognuno, solitamente, indica l’ambito più possibile lontano dal suo. E c’è chi torna alla carica delle Regioni, rilanciando l’idea dell’accorpamento delle più piccole. Che se dovesse farsi strada di certo riguarderebbedi certo l’Umbria, a rischio scomparsa dalla cartina geografica.

Bonanni: «Regioni da accorpare» Le spinte per il superamento delle attuali 20 regioni, in passato per lo più proposte da professori o esponenti di secondo piano, trovano ora un sostegno significativo nel segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. «La spending review – dice a Unomattina – non puo’ essere fatta di “tagli lineari”. Prima di mandare avanti Cottarelli, Matteo Renzi deve ridefinire bene gli assetti istituzionali e amministrativi e chiarire bene cosa vuole fare delle municipalizzate. Le Regioni devono essere più sobrie, non assomigliare a Stati, molte accorparsi e perdere tanti soldi che hanno. Anche i Comuni devono accorparsi e le municipalizzate sparire perche’ sono solo un abbeveratoio dei partiti politici».

Umbria a rischio Bonanni non fa nomi di regioni, ma è ovvio che pensi a quelle più piccole. E non è difficile immaginare che si torni a parlare di Molise, Basilicata, Valle d’Aosta e anche di Umbria. E’ ovvio che siamo al livello di “mettere le mani avanti” e che è possibile che il leader della Cisl la butti in “caciara” per spostare l’obiettivo, ad esempio, dal taglio degli statali. Ma di certo l’idea farà discutere e tornare in auge progetti abbozzati anche nel recente passato. Non ultimi i presidenti delle Province che, quando si iniziò a mettere in discussione i loro enti dissero: «E allora perché non le Regioni, nate solo nel 1970?».

Italia mediana Venendo alle ipotesi di accorpamento dell’”Italia mediana”, che tanto piaceva a molti amministratori, da tempo non si sente più proferire parola. Dei convegni sono rimaste le carte e i comunicati stampa. In quel frangente non si parlava esplicitamente di fusione di regioni (quelle del Centro Italia che vanno dall’Emilia al Lazio) ma piuttosto di accorpamento di servizi e predisposizione di progetti comuni in ambiti specifici, come le infrastrutture o l’export.

Le macroregioni di Cattaneo Però la macroregione del Centro Italia c’è chi l’ha immaginata anche come soggetto istituzionale. E’ il caso del presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Raffaele Cattaneo, che l’ha illustrata ai colleghi della Conferenza lo scorso 7 febbraio a Roma come parte di uno dei tre scenari possibili in caso di riassetto delle regioni italiane (anche se l’Emilia non vi farebbe parte). Nella prima ipotesi di Cattaneo, infatti, l’Italia viene divisa in tre macro regioni: la Padano alpina (Piemonte, Val d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Emilia Romagna); la Centro appenninica (Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Abruzzo e Molise) e la Meridionale insulare (Campagna, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna).

Nove regioni: Stato pontificio bis La seconda ipotesi di Cattaneo è un’Italia divisa in 9 Regioni. Limonte (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta) e Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino); la Toscana unita con l’Emilia Romagna; il Lazio con Umbria e Marche in una specie di riedizione dello Stato pontificio; l’Abruzzo con Molise e Puglia, la Campania con la Basilicata e la Calabria. Lombardia, Sardegna e Sicilia, invece, resterebbero come sono ora.

Umbria adriatica L’ultima ipotesi, infine, prevede 15 regioni: 10 ordinarie e 5 a statuto speciale. In questo caso a venire fuse sarebbero: Piemonte e Liguria; Abruzzo, Marche, Umbria e Molise; Calabria e Basilicata. Un’Umbria nella regione adriatica che, sinceramente, appare piuttosto stramba.

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