di Alessia Dorillo

Sono occhi senza luce quelli delle donne umiliate da una violenza da cui davvero non ci si può nascondere, anche se si vorrebbe, in primo luogo a loro stesse.

Non so in quali assurdi retaggi culturali, se come dice qualcuno si annida nelle crepe di mani contadine, il dover avere sotto controllo ed ai propri servigi le donne, soprattutto le proprie. Quelle che si sono sposate, scelte per una vita accanto. Forse amate, ma in modo assurdamente malsano.

È così che succede, anche nelle case delle “famiglie per bene”, quelle che non vivono situazioni di degrado sociale, dove i soldi sono abbastanza per esistere dignitosamente e qualche volte c’è pure lo status. E non è uno schiaffo che vola, una tantum, in una discuccione accesa. Sono giorni tristi e grigi fatti di piccole dimostrazioni di subalternità, di impossibilità a scegliere liberamente, di esprimersi davvero. Alle volte poi ci sono i calci ed i pugni di madri e mogli raggomitolate in terra piangenti. Quelle madri e mogli che hanno solo la forza ed il coraggio di alzarsi quando vedono la testa dei propri figli seminascosta dallo stipite della porta. Allora corrono -quelle madri e quelle mogli- a stringerli fra le loro braccia, a dire che non è successo nulla, asciugandosi le labbra e sistemandosi alla meglio il trucco. Ma è un trucco davvero. Nessun bambino dovrebbe essere educato ritenendo questa una normalità sopportabile, e di certo non si fa il loro bene.

Non si dà loro un esempio costruttivo, non gli si insegna così il valore ed il rispetto della persona. A partire dal corpo. E non ci stupiamo allora se le ragazze di vent’anni dalle lunghe gambe da gazzella, il seno teso e la forza della giovinezza interpretano il loro corpo come merce di scambio, come prodromo per una realizzazione ed una indipendenza che solo i soldi riescono a dare in questa malata società.

Se poi queste donne cercano una realizzazione nella professione avranno da scontrarsi con una dura realtà. Quando finisci l’università, dove hai brillato, superando meglio e più velocemente dei tuoi colleghi maschi tutti gli esami e ti trovi nel mondo del lavoro ti si apre una prateria sconfinata di mutilazioni intelletuali, di rispetto mancato, di mortificazioni ed oltraggi. Il tuo lavoro deve costare meno, perché potresti rimanere incinta e –guarda un po’- far proseguire la specie e l’umanità dei loro figli. Perché nella nostra splendida regione, oltre ai numeri assurdi che leggiamo sulla violenza alle donne, abbiamo un altro dato sconfortante da tenere in considerazione: uno dei livelli più alti di disoccupazione ad alta scolarizzazione. Ovvero quegli spazi dove si costruisce la classe dirigente di un paese.

Quando poi di fronte a continue vessazioni, prevaricazioni e offese di un collega respinto (non un capo per cui si potrebbe configurare il mobbing, ma una guerra fra “pari”) il tuo sindacalista di riferimento nicchia e ti risponde: “lascialo fare…è innamorato, gli passerà…”, allora pensi davvero che nessuno ti prenderà mai sul serio. Perché i pantaloni li porti non come segno di emancipazione ma perché se metti una gonna, corta poi, sono capaci di dirti che indossi abiti provocanti e succinti, chiaro sintomo di disponibilità sessuale.

Anche in quel caso, dire no, non basta.

Mi sembra che se proseguissi dando spazio ai pensieri che si raccolgono intorno a questo tema ci si trovi di fronte al vaso di Pandora. Non so se gli strumenti siano le politiche di genere, le quote o le tutele come se fossimo come tante piccole tigri del Bengala a rischio di estinzione. So che le donne nella piazza di Roma il 13 febbraio scorso ci hanno dato una bella ed importante lezione, ma non riesco a non avere un grande rammarico. Quelle donne, che sono tantissime, quelle madri e quelle mogli in quella piazza c’erano soltanto con il cuore o peggio ancora accompagnate dai loro mariti o compagni “progressisti”.

Bisognerebbe avere la forza ed il coraggio di denunciare, sempre. Di non piegarsi mai, di mantenere la schiena dritta nel rispetto di noi stesse, come donne, nel corpo e nell’anima. Di restare con la testa alta ed il viso aperto. Solo così potremo dare qualche buon insegnamento ai giovani, ai figli, al futuro.

L’Italia era dipinta donna, con la corona in capo ed il tricolore appoggiato sulla veste bianca. Lo sguardo volge verso l’alto ed un sorriso fiero le è impresso sulle labbra. Festeggiamola e proteggiamola così la nostra storia, nel rispettare le donne, tutte, nell’imparare a rispettare noi stesse in primo luogo, a partire da tutte quelle eroine invisibili che hanno contribuito a scrivere la storia della nostra nazione. Ripartiamo dalle loro battaglie per vincere le nostre. Quelle di tutte noi, e di un paese che diversamente potrebbe dirsi democratico.

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