Tre bollettini per un totale di 483,20 euro. Da impiegata delle poste, avrebbe usato un timbro per farli risultare come ‘pagati’, senza ovviamente sborsare un solo euro. In una parola: peculato. Con questa accusa una dipendente ternana di Poste Italiane, operante nell’ufficio di via Bramante, era stata condannata in primo grado dal tribunale di Terni nel 2008. Una sentenza poi di fatto cancellata dalla corte di appello di Perugia che aveva ratificato l’avvenuta prescrizione del reato.
Sentenza La vicenda è finita sotto la lente della magistratura contabile che, oltre a sostenere la competenza nel merito da parte della corte dei conti dell’Umbria, ha chiesto un risarcimento di 5 mila euro per il ‘danno di disservizio’ causato all’azienda. Nella giornata di venerdì i giudici si sono espressi dichiarando il ‘difetto di giurisdizione’ della corte dei conti. La vicenda, insomma, sarebbe esclusiva competenza del giudice ordinario. La sentenza prende spunto dalla distinzione fra le controversie risarcitorie per danni verso società per azioni in mano pubblica – è il cado di Poste Itaiane -, da quelle per danni arrecati all’ente pubblico. La competenza delle prime è assegnata ai tribunali, mentre per le seconde l’organo chiamato a esprimersi nel merito è la corte dei conti
