di Francesca Marruco

«Alla legge oggi chiediamo di non farlo morire un’altra volta. Ovidio era un ragazzo estremamente sensibile, anche troppo adulto per la sua età. La sua situazione era su molte scrivanie e adesso noi chiediamo che venga fatta piena luce su tutte le nebulose che esistono attorno a questa storia. Perché non é possibile che ci sia un solo colpevole». A parlare, a pochi giorni dalla chiusura delle indagini per l’ex camionista Pietro Cesarini, che il cinque ottobre scorso massacrò il figliastro Ovidio Stramuliss a colpi di mattarello, è Maria Cristina Mencaroni, che insieme ad Ovidio faceva parte della compagnia teatrale di Pietrafitta «La Badia». Parlando di Ovidio le trema la voce, raccontando come è difficile andare avanti senza di lui mostra una determinazione nell’intenzione di ottenere giustizia che non ha nulla a che invidiare ad una madre naturale o a una sorella maggiore.

La violenza tentata Maria Cristina, che insieme ad altri compaesani di Ovidio ha intenzione di chiedere la costituzione di parte civile nel processo, accetta di parlare di Ovidio e dei tanti dubbi che hanno accomoagnato la sua tragica morte. «L’udienza di quella  mattina ( il giorno dell’omicidio, ndr) era per la convalida dell’allontanamento dalla casa familiare – ricorda Cristina – Ovidio quella mattina raccontò al giudice di un tentato abuso sessuale da parte di Cesarini: lui ci teneva a dirlo per un senso di liberazione anche se era una cosa successa anni prima. Noi gli avevamo consigliato di non raccontarlo perche tanto ormai avrebbe chiuso col patrigno, ma lui lo fece lo stesso.  Quella mattina al giudice raccontò  tutto mentre era presente Cesarini. Negli ultimi due sms che ho ricevuto da Ovidio mi raccontava che lui aveva detto tutto. A distanza di un’ora non si capisce perché sia stato lasciato insieme a Cesarini. Non si capisce perché l’assistente sociale non era con loro e come nessuno si sia preoccupato di chiamare i carabinieri». Ovidio quel giorno sarebbe andato a stare in una casa famiglia insieme al fratellino, come un giudice dei minori aveva deciso già un mese prima. «La sentenza di affidamento- spiega ancora Maria Cristina – era già decisa in agosto, lui già dal 30 settembre era stato affidato alla casa famiglia, ma per una gradualità nell’inserimento suo e del fratellino non erano ancora andati a starci».

Vedevamo la sua sofferenza Maria Cristina racconta di Ovidio e dice: «Io lo conoscevo da tre anni, faceva parte della mia stessa compagnia teatrale : per lui il teatro era un luogo di sogno ed evasione ma anche un luogo concreto dove ha trovato  amicizie e persone che lo hanno capito, che hanno colto la sofferenza che viveva. Ovidio era un ragazzo estremamente delicato e nel teatro aveva trovato uno sfogo. Fare teatro significa vedersi anche tutte le sere, è successo nel 2011, sia per le prove che per gli spettacoli. Noi dunque avevamo un  osservatorio privilegiato per il menage che viveva in quella casa. Lo vedevamo ogni giorno,  era un ragazzo molto adulto. Con grande pudore ci ha taciuto i momenti peggiori della sua esistenza. Noi per primi ci siamo rivolti ai carabinieri. Avevamo tirato tutti un sospiro di sollievo quando gli assistenti  sociali di Piegaro si erano interessati della cosa e si era arrivati ad un pronunciamento per l’affidamento dei due ragazzi ad una casa famiglia».

Serve giustizia leale Invece poi quel delitto orrendo e crudele che sconquassa un’intera comunità. Quel delitto per cui, per gli amici di Ovidio non esiste solo un colpevole. Non c’è solo Cesarini che ha sferrato i colpi col mattarello, c’è anche un «contorno», spiega ancora Cristina, «che speriamo la giustizia abbia la lealtà di analizzare fino in fondo». Perché, «il fatto che non aveva famiglia non vuol dire che non aveva persone che si interessavano di lui e che adesso vogliono avere giustizia. Non abbiamo titolo giuridico forse per costituirci parte civile, ma abbiamo un grande affetto e una grande onestà intellettuale per chiedere piena luce».

Altri Ovidio? «Anche perchè – attacca ancora Cristina- Noi diciamo, se tutto è andato come deve andare e non ci sono mancanze,  come è possibile che un minore sia morto così? Se tutto avesse funzionato e fosse stato davvero solo delitto d’impeto, vorrebbe dire che il prossimo Ovidio si troverà nella sua stessa situazione».

La madre «Nessuno di noi  – prosegue il racconto- avrebbe pensato ad un  gesto così crudo e feroce, siamo disorientati. E perché  – chiede ancora l’amica – la madre andò a prendere il figlio piu piccolo lasciando in casa il marito e il figlio che già litigavano?  Sembra che questa donna fosse vessata e annichilita. Per tornare a casa col figlio minore ha fatto il giro del paese, ha allungato la strada, e quando ha visto croce rossa in piazza, ha detto ‘sta andando a casa mia’? E’ normale che una persona dica questo?».

La commedia in suo onoreE mentre si aspetta l’inizio del processo a Cesarini, che probabilmente chiederà l’abbreviato per avere uno sconto di pena, i tanti amici di Ovidio non si rassegnano e nella commedia cheportano  adesso in tour hanno ricavato un cammeo per il loro compagno scomparso. «È incredibile quanto questo ragazzo ci abbia devastati. Questa commedia gliel’avevo promessa:è ambientata in una parrocchia di paese, di un falso prete che riconquista la comunità. Lui impersonava un seminarista insolente, ma dopo il 5 ottobre nessuno di noi ha voluto la sua parte, non volevamo farlo sostituire, e alla fine abbiamo cancellato il suo personaggio. Ciò nonostante Ovidio è arrivato, pur in una commedia, c’è un cammeo per lui, i ragazzi leggono alcuni suoi scritti, alcune sue frasi. Mentre parlo con lei- confida Cristina – ho davanti a me una sua foto e brano di S.Agostino. Ovidio non lo conosceva quasi nessuno. Ma abbiamo ricevuto tanta solidarietà, anche da tanta gente che ha mandato denaro per mettere fiori sulla sua tomba. Adesso alla legge chiediamo solo di non farlo morire un’altra volta».

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