di Marco Torricelli
Affondano. E rischiano di trascinare con loro, che una comoda scialuppa di salvataggio la troveranno comunque, centinaia di famiglie. I Rizzo, Bottiglieri e De Carlini, gli armatori di Torre del Greco proprietari della Sangemini, annaspano in un debito quasi miliardario e, per loro, il fallimento della storica azienda delle acque minerali, potrebbe rientrare tra i ‘danni collaterali’.
Le paure Così non sarebbe, però per le 108 persone che quelle acque le imbottigliano, per i 23 cassaintegrati della Sangemini Fruit e tutti quelli del cosiddetto indotto: gli addetti al carico e scarico, quelli dei servizi, oltre ai trasportatori. «Mettendoli tutti insieme – dice Simone Dezi, della Fai Cisl – ne facciamo quasi un altro centinaio ed è a tutti loro che pensiamo, in questo momento». Perché in dubbio non ci sono solo «gli stipendi di marzo per i lavoratori in servizio e l’indennità per i cassaintergati – dice Simone Dezi – ma le reali intenzioni della proprietà, rispetto alle proprie responsabilità dalle quali, fino ad oggi, è scappata».
I debiti Perché il gruppo campano; che nei giorni scorsi ha chiesto il ‘concordato’ sui debiti della Sangemini (sarebbero di circa cento milioni, un’ottantina con Unicredit e Ge Capital, una ventina con i fornitori), in cambio di sei mesi di respiro; rischia di essere travolto dalla situazione debitoria complessiva, ben più grave, nella quale si è cacciato e che lo vede indebitato – con Unicredit, Intesa-San Paolo e Monte dei Paschi di Siena) per una cifra superiore ai 700 milioni di euro. Anche per quelli, gli armatori che rischiano di affondare, stanno tentando di trovare un accordo con le banche, promettendo «un programma di concentrazione del patrimonio su assets strategici». E, forse, l’acqua minerale potrebbe non essere ritenuta tale.
I dubbi Tanto che intorno alla Sangemini starebbero già volteggiando gli avvoltoi. Fondi di investimento speculativi e società specializzate nella ristrutturazione di aziende in crisi si sono affacciati per chiedere informazioni e mettere a disposizione i propri ‘servizi’. Ed ecco spiegata, quindi, la reazione della proprietà e la richiesta di ‘concordato’, dopo che un precedente accordo di ristrutturazione era stato messo in crisi, dalla stessa azienda, con il mancato versamento – si parla di nove milioni – della seconda rata di una dilazione concessa e per la quale la stessa Sangemini ne aveva versati 21 nel maggio dello scorso anno.
La responsabilità Su questo, a Terni, i toni sono cauti e la voglia di fare polemica pari a zero, ma la preoccupazione è forte. Palpabile. Insieme alla rabbia che, seppur celata, è evidente: «La Sangemini ha davvero superato il limite – dice Simone Dezi – ma di questo potremo parlare più avanti. Adesso c’è da pensare ai posti di lavoro e al futuro degli stabilimenti umbri. Noi, e intendo tutte le organizzazioni sindacali – prosegue il sindacalista della Cisl – dobbiamo soprattutto dimostrare grande senso di responsabilità, restare uniti e concentrati su quello che è l’obiettivo immediato: salvaguardare l’occupazione, perché ci sono centinaia di famiglie che, da noi, si aspettano soprattutto questo».
La Regione Lunedì mattina, alle 11, le organizzazioni sindacali si incontreranno con l’assessore regionale, Vincenzo Riommi, che vuole fare il punto della situazione dopo l’annuncio dell’azienda, relativo al concordato sui debiti: «Ma noi ci aspettiamo, da lui – dice Simone Dezi – l’impegno preciso sul suo schieramento al nostro fianco, perché mai come in questo momento abbiamo bisogno del supporto di tutte le istituzioni e perché la Sangemini, oltre che accusare le banche, ha avuto parole dure anche nei confronti della Regione». Stesso appello «lo faremo al Prefetto, quando ci riceverà».
Le polemiche Un altro sindacato, nei giorni scorsi, ha accusato alcuni dirigenti di manovre destabilizzanti, ma il rappresentante della Fai Cisl preferisce smorzare i toni: «Con la Flai Cgil – spiega Dezi – lavoriamo da sempre in grande armonia, ma credo che non sia il caso di enfatizzare, dando una visibilità ed una sorta di riconoscimento a soggetti e sedicenti organizzazioni, episodi che, in questa fase, creano ancora maggiore incertezza nei lavoratori. Il nostro obiettivo, lo ribadisco, deve essere quello di stanare l’azienda e costringerla – per questo abbiamo bisogno che le istituzioni, tutte, facciano la loro parte – a svelare una volta per tutte i propri progetti. Ammesso che ne abbia».
