Cementerie Gubbio

di Thomas De Luca / assessore regionale all’Ambiente

«A che serve avere le mani pulite se le tieni in tasca?» è una celebre frase di Don Primo Mazzolari, attribuita spesso erroneamente a Don Lorenzo Milani, che spesso rivolgo a me stesso. Una tentazione comune, non solo della politica, di fuggire dalla responsabilità di agire nella direzione del cambiamento, lasciando le cose come sono. A volte, infatti, la via più semplice è quella di procrastinare le scelte rilanciando la palla senza mai porre al centro le soluzioni dei problemi.

A conclusione del convegno di sabato scorso a Gubbio, organizzato dai comitati ambientalisti ho scritto una frase che ha suscitato qualche mal di pancia: «È ora di smettere di accumulare dati, indagini e studi e iniziare ad agire attuando azioni di prevenzione primaria». Ed è proprio della necessità di agire nella direzione giusta che ho voluto parlare, non ovviamente della indiscutibile necessità di accesso ai dati, degli studi e analisi su ambiente e salute. Non serve aspettare l’esito delle valutazioni per dover agire. Bisogna farlo e basta.

A dimostrazione di ciò, nei mesi passati la giunta regionale ha dato mandato ad Arpa di svolgere una profonda attività di studio e indagine sull’utilizzo del Css nei cementifici eugubini, comparando, nello storico delle emissioni, la situazione pre e post utilizzo, monitorando la natura e qualità dello stesso end of waste. Eppure in molti fanno finta di non fare i conti con la realtà. Ovvero che le cementerie eugubine utilizzano già oggi, Css. Lo fanno nel pieno rispetto della legge e né il Comune né l’attuale Giunta regionale hanno alcuno strumento coercitivo per poterlo impedire.

I siti industriali eugubini sono infatti autorizzati dal 2022 ad utilizzare 100mila tonnellate di Css combustibile in combinazione con il pet-coke. L’ultimo dato disponibile che abbiamo, del 2024 certifica 42mila tonnellate utilizzate. Si tratta di un’autorizzazione rilasciata dalla precedente giunta regionale in base alla normativa nazionale che ne ha semplificato fortemente l’utilizzo. Semplificazione che è stata confermata e potenziata dall’attuale Governo. Questo combustibile da rifiuti viene acquistato ed importato da Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e da altre regioni italiane dove parte dei nostri rifiuti, sotto forma di scarti di processo finiscono per tornare con molta probabilità in Umbria.
Quindi cosa fare? Potremmo lasciare la situazione com’è. Posizione comoda, sicuramente ma che non risolve in alcun modo i nodi ambientali, economici e sociali con cui prima o poi dovremmo fare i conti.

L’Unione Europea, infatti, fissa degli obiettivi ben precisi in termini di riduzione delle emissioni a breve e lungo termine anche per un’industria strategica come quella cementiera. La sfida è senza precedenti, sia sotto il profilo degli investimenti che della ricerca e su questa sfida l’Umbria ad oggi non è neanche scesa in campo. La decarbonizzazione non può che passare attraverso una strategia basata su un mix tecnologico di cui i combustibili alternativi sono parte integrante. Un upgrade tecnologico che costituisce un significativo miglioramento anche delle altre tipologie di emissioni che incidono sulla qualità dell’aria. Quello che è certo è che lo scenario as usual non garantisce in alcun modo il raggiungimento di questi obiettivi e l’idea che spostare il problema altrove possa risolvere il problema è chiaramente illusoria, anche per i più integralisti, perché le emissioni non rispettano i confini politici tracciati dagli uomini.

Per questo abbiamo scelto la strada più difficile, quella di rendere conveniente il cambiamento a tutti. In Assemblea legislativa abbiamo da poco discusso e approvato una mozione che ha segnato una traiettoria: traghettare il settore cementiero in Umbria verso la decarbonizzazione e l’economia dell’idrogeno. È un obiettivo estremamente ambizioso, che vuol dire entrare in una logica di transizione e abbracciare una strategia integrata tra l’efficienza energetica, la cattura della Co2 e di cui parte preponderante è la sostituzione progressiva dei combustibili fossili e da rifiuti derivanti da materie prime fossili con combustibili puliti come l’idrogeno verde. È una soluzione semplice? No, certamente. È però una soluzione credibile che dà una risposta complessa ad un problema complesso.

La nostra proposta è di promuovere un accordo di programma volontario tra istituzioni, aziende e cittadini che costituisca la cornice in cui promuovere questo percorso di transizione. Un accordo che non può fare a meno di un presupposto, riportare sotto il controllo pubblico la produzione di questo combustibile derivante da rifiuti, Css che ad oggi è equiparato ad un prodotto di libera circolazione. Se a controllare il quadro è il mercato non c’è alcuna possibilità di guidare e accompagnare la transizione facendo l’unica cosa possibile: ridurre attraverso prevenzione, intercettazione e riciclo i rifiuti che lo costituiscono e sostituirlo con idrogeno che sia disponibile ad un prezzo sostenibile.

Per questo riteniamo che la produzione del Css debba essere riportata in Regione. Non per l’orgoglio di avere un combustibile Made in Umbria ma per l’obiettivo ambivalente di garantirne la qualità della sua composizione e di ridurre sempre più la quantità di rifiuti fino al suo superamento. Se saremo in grado di intervenire sui fattori strutturali che rendono il costo dell’idrogeno ancora non competitivo nel nostro paese, il termine potrebbe essere decisamente inferiore. Se il SouthH2 Corridor è ancora in fase di progettazione le tempistiche di realizzazione, considerato il suo inserimento nella comunicazione della Commissione Europea del 10 dicembre 2025 “Pacchetto sulle reti europee” da un orizzonte nel prossimo decennio. E la sfida che l’Umbria deve cogliere è quello di permettere che i poli industriali “hard to abate” siano collegabili ad esso.

Nel frattempo iniziare a produrre idrogeno nella nostra Regione attraverso fonti rinnovabili è una sfida che vede la Regione Umbria in prima linea. Mentre agiamo nella transizione, i controlli ambientali e sanitari devono essere trasparenti, rigorosi e partecipati rendendo pienamente accessibili i dati sullo stato di salute del territorio. Per questo nel nuovo piano sanitario la sorveglianza epidemiologica-ambientale sarà al centro delle politiche di prevenzione e il fulcro sarà anche basato su focus specifici territorio per territorio compresa la Conca eugubina. Lo stiamo facendo in ogni parte della Regione a partire da situazioni molto più complesse come quelle della Conca ternana. Questa è una sfida che possiamo vincere solo perseguendo un equilibrio tra tutti gli interessi legittimi in campo, tenendo ben chiara la distinzione tra profitto e diritti ma con la consapevolezza che solo con l’impegno di tutti è possibile vincerla

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