di C.F.
Oltre 25 mila famiglie umbre in condizioni di povertà energetica. Lo segnala l’ultimo dossier della Cgia di Mestre che analizza dati risalenti al 2024 e fotografa un fenomeno destinato ad aggravarsi a fronte dei primi rincari sulle forniture energetiche provocato dalle conseguenze della guerra in Iran scatenata da Stati Uniti e Israele. Tuttavia, la situazione dell’Umbria, stando al rapporto della Cgia di Mestre, che comunque non include i costi dei carburanti, risulta per incidenza tra le meno gravi del paese.
Le 25.330 famiglie residenti considerate in povertà energetica, infatti, rappresentano il 6,5 per cento dei nuclei, con la regione che quindi viene collocata in 15esima posizione nel ranking regionale: al vertice ci sono Puglia, Calabria e Molise, dove le famiglie in povertà energetica rappresentano quote comprese tra il 17 e il 18,1 per cento. L’incidenza in Umbria, poi, è anche inferiore a quella media riscontrata in Italia, dove le famiglie in povertà energetica sono il 9,1 per cento: si tratta del valore più alto mai registrato, seppur sostanzialmente in linea col 2023, quando il fenomeno coinvolgeva il 9 per cento delle famiglie residenti in Italia. In questo quadro, va ricordato, che nel Piano nazionale integrato energia e clima del 2020, inviato dal governo italiano alla Commissione europea, l’obiettivo indicava una riduzione della povertà energetica entro il 2030 in un intervallo fra il 7 e l’8 per cento del totale delle famiglie.
Il fenomeno che la Cgia di Mestre è tornato a fotografare, partendo da dati Istat e Oipe (osservatorio italiano povertà energetica), rappresenta «la difficoltà delle famiglie di acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici o, in alternativa, un accesso ai servizi energetici che implica una distrazione di risorse, in termini di spesa o di reddito, superiore a un “valore normale”». In questo senso, ricorda l’Oipe, una famiglia si considera in povertà energetica se l’incidenza della sua spesa energetica equivalente sul totale della spesa è superiore al doppio della quota media e, simultaneamente, la sua spesa totale, al netto della spesa energetica, è inferiore alla soglia della povertà relativa, come identificata dall’Istat.
In altre parole, si tratta di famiglie che «non riescono ad accedere a servizi energetici essenziali (riscaldamento, raffrescamento, illuminazione e uso degli elettrodomestici) a un costo sostenibile rispetto al proprio reddito». Il fenomeno, come ricorda la Cgia di Mestre, non è solo figlio della vulnerabilità economica e dei livelli dei prezzi energetici, ma coinvolge anche la qualità delle abitazioni. Il caso è quello di «nuclei a basso reddito che vivono in case poco efficienti, cioè mal isolate o con impianti obsoleti, e possono arrivare a destinare una quota molto alta delle proprie entrate al pagamento delle bollette». L’altro esempio è legato al «sotto-consumo energetico», ossia la via obbligata percorsa da «alcune famiglie che, pur di contenere la spesa, rinunciano a servizi essenziali, limitando l’uso del riscaldamento in inverno o evitando il raffrescamento durante l’estate». In questo caso il fenomeno è definito «deprivazione nascosta» e indica «una condizione di disagio non
sempre visibile nei dati di spesa», che può avere anche pesanti ripercussioni nel caso in cui nella famiglia ci siano componenti fragili, come anziani, disabili o bimbi piccoli.
