di Paolo Coletti
L’Umbria si trova in una fase di stagnazione economica che rischia seriamente di precipitare in una recessione tecnica. I dati Tagliacarne–Unioncamere per il 2024 sono chiari: il valore aggiunto regionale è cresciuto di un irrisorio 0,99 per cento a valori correnti, una crescita nominale che, una volta corretta per l’inflazione, risulta praticamente nulla. Solo l’Emilia-Romagna ha fatto peggio.
Il dato più allarmante riguarda il settore vitale dell’industria: l’Umbria è ultima in Italia per andamento del valore aggiunto manifatturiero. Mentre l’industria manifatturiera e le costruzioni arretrano, solo agricoltura e turismo riescono a mostrare segnali positivi. L’analisi provinciale evidenzia Terni come fanalino di coda per performance industriale, con Perugia quartultima su 107 province.
Le previsioni per il 2025 confermano un quadro fragile, con il Pil regionale stimato tra lo 0,2 per cento (Svimez) e lo 0,5 per cento (Istat, Cna), con un risultato finale probabile intorno allo 0,4 per cento (vedremo tra qualche settimana). A pesare non sono solo le dinamiche interne, ma anche i dazi statunitensi su settori chiave dell’export umbro come vino, olio, formaggi, macchinari, tessile e la contemporanea svalutazione del dollaro, che rende i prodotti regionali meno competitivi. Il mercato Usa rappresenta oltre il 13 per cento dell’export totale. Se il trend non si inverte con decisione, l’Umbria rischia concretamente una recessione tecnica tra l’ultimo trimestre del 2025 e il primo del 2026.
In questo contesto di rallentamento, la manovra fiscale da 184 milioni di euro varata dalla giunta Proietti appare marcatamente pro-ciclica. Invece di sostenere l’economia in una fase critica, la manovra aumenta l’imposizione fiscale, penalizzando le fasce di reddito a maggiore propensione al consumo e, con l’aumento dell’Irap, va a colpire anche il mondo delle imprese.
Questa scelta solleva forti perplessità, soprattutto perché precede un’azione di rigore e riorganizzazione dell’intera macchina regionale. Inoltre, la Corte dei Conti ha sollevato un rilievo significativo sull’ammontare del disavanzo sanitario, evidenziando una sovrastima di oltre 200 milioni del presunto “buco” da colmare, un dato che già mette in discussione la coerenza delle proiezioni finanziarie. Quindi è evidente che la narrazione sulla necessità di questi fondi per coprire lo sbilancio nella sanità non sia corretta: è presumibile che questa manovra serva soprattutto per altri capitoli di spesa (trasporti locali, politica sociale, ambiente e cofinanziamento dei fondi europei).
A ogni modo, da un punto di vista logico, sarebbe stato opportuno che la giunta Proietti, prima di chiedere sacrifici ai cittadini aumentando la pressione fiscale, avesse avviato una riforma strutturale dell’apparato amministrativo regionale.
È in momenti di crisi come questo che la riflessione sulla qualità della spesa pubblica diventa fondamentale. Come sottolineato da Mario Draghi, esiste una distinzione netta tra “debito buono” e “debito cattivo”. Il debito buono è quello generato da investimenti che stimolano la crescita futura. Il debito cattivo è quello che deriva da inefficienze, da poste improduttive o da una gestione clientelare. Per l’Umbria, l’imperativo è contenere il debito cattivo per convogliare le risorse in investimenti di qualità.
In parallelo, la Regione dovrebbe adottare una strategia economica aggressiva per il rilancio della manifattura umbra, basandosi su due direttrici chiave. La prima: rilanciare l’efficienza industriale, ovvero servirebbe un piano regionale strutturato per il rilancio della produzione e l’efficienza ispirandosi a Industria 4.0, con incentivi mirati, crediti d’imposta e sinergie efficaci con università e centri di ricerca. Regioni come Veneto e Lombardia hanno già dimostrato come l’integrazione tra manifattura e innovazione digitale possa generare crescita sostenibile. L’Umbria può fare altrettanto, puntando su settori ad alto potenziale.
Da un punto di vista delle competenze tra Stato e Regioni, la politica industriale non spetterebbe all’ente regionale. Tuttavia, di fronte a un tale panorama disastroso, che rischia di incidere ulteriormente sull’impoverimento del tessuto economico-sociale regionale, già in regressione progressiva negli ultimi 25 anni, l’ente regionale ha il dovere di provare nuove strade.
Inoltre, occorre accelerare l’accesso ai fondi europei (come sopra citato, è presumibile che una parte consistente della manovra fiscale sia destinata proprio al cofinanziamento di questi strumenti). Con l’ormai vicina fine dei fondi del Pnrr, restano attivi strumenti vitali come Fesr, Fse+, Horizon Europe e i programmi Interreg. È cruciale rafforzare la capacità progettuale degli enti locali e delle imprese, semplificando drasticamente le procedure e promuovendo partenariati pubblico-privati. Il Trentino-Alto Adige ha costruito una rete efficiente di sportelli europei e task force territoriali, un modello che potrebbe essere replicato anche in Umbria.
Il tempo per l’Umbria delle scelte coraggiose e innovative è ora e non si può perdere tempo. Senza una manifattura industriale competitiva, la nostra regione non potrà mai colmare il divario nel benessere sociale con le regioni del Centro-Nord. Quindi dobbiamo augurarci che questo ingente prelievo fiscale a carico dei cittadini umbri e del tessuto produttivo umbro venga almeno reinvestito per dare supporto ai settori maggiormente capaci di creare valore e occupazione, a partire dalla struttura manifatturiera della nostra regione, con programmi di crescita competitiva.
