Giovanni Galeone, allenatore tra le altre di Pescara, Udinese, Napoli, Perugia, è morto a Udine, ad 84 anni, lo scorso 2 novembre. Nelle piazze calcistiche dove ha allenato, su tutte Pescara ma anche Perugia, ha lasciato un segno indelebile nel cuore degli appassionati.
di Daniele Sborzacchi
C’era un tempo in cui andare allo stadio significava vivere un’esperienza diversa. Mistica, adrenalinica, inglobante. Da tifosi sì, ma soprattutto da seguaci di un qualcosa di talmente ammaliante che ridurlo alla semplice partita di calcio diventerebbe ingeneroso. Pomeriggi diversi, vissuti tra l’attesa spasmodica di adolescenti imberbi e l’amore viscerale per beniamini che scandivano i tuoi giorni. Metà anni ’90, quattordici mesi di magia grazie a lui, al direttore d’orchestra che trasformò il cammino di una squadra in una specie di viaggio in un’altra dimensione. Dove la paura non esisteva, nemmeno dinanzi ai cosiddetti squadroni. Dove la velocità ed i movimenti in totale libertà dei Grifoni li facevano sembrare molti di più degli undici scorrazzanti sul prato verde. Perché lui, il ‘Profeta’ Giovanni Galeone, li aveva plasmati a sua immagine e somiglianza: amanti della bellezza, della giocata rischiosa ma che poteva diventare decisiva. Della verticalizzazione improvvisa. All’arrembaggio, costantemente. Perché lui, proprio come quel Galeone immortalato da una indimenticabile coreografia della Nord, non poteva trasmettere la paura di sbarcare su altri lidi, magari sconosciuti. Perché i suoi, in campo, erano come sospinti da un vemto imponente che li faceva irrompere a gonfie vele, Più veloci, sorprendenti, imprevedibili. Pirati biancorossi costantemente all’assalto per costruire qualcosa di grande. Di indimenticabile.
La magia Non fu solo il ritorno in serie A dopo 15 anni, più di ogni altra cosa fu passione allo stato puro. Da riempire il Curi di 30mila cuori pulsanti come avvenne per Perugia-Verona. Il gol decisivo, quello del 3-2, di bomber Negri; l’invasione di campo a caccia di ogni cimelio oggi, 29 anni dopo, custodito come gemma di inestimabile valore nei salotti di casa. E lui, sigaretta in bocca da ‘poeta maledetto’, un fascino da (don)Giovanni d’altri tempi, amante del vino e della letteratura, ci aveva fatto perdutamente innamorare. Il suo campo come una scacchiera incantata, dove al pari del miglior Bobby Fischer tutto genio e sregolatezza, predicava la manovra coraggiosa, intimava ai suoi ragazzi di rischiare in nome della grandezza. Costruttore di bellezza, forgiatore di filosofia applicata al calcio che i suoi fedelissimi, Max Allegri in testa, hanno appreso come fonte di pura ispirazione. In quei 14 mesi, dal suo arrivo a Pian di Massiano fino al Natale del ’96, all’ultimo litigio con una personalità ridondante come la sua, quella di Luciano Gaucci, ci ha regalato momenti di pura estasi. E forse non saprà mai, ora che ci ha lasciato, che 29 anni dopo quel Perugia-Verona, quando, nel giugno scorso, per celebrare i 120 anni del Grifo, apparve tra la sorpresa generale, ciondolante, ricurvo su se stesso, affaticato ed ammalato, in tanti ci siamo commossi nel rivederlo. Abbiamo pianto in silenzio, rabbrividendo confusi e felici, con il coro della Nord, Gale-Gale-Gale-Gale oh… Gale oh. Gale oh oh oh… a ricordarci cosa è stato. Cosa siamo stati noi con lui. Perchè il Gale non sarà mai un semplice allenatore. Non è stato soltanto un carismatico trascinatore. E’ stato un simbolo della nostra libertà e del sentimento più puro, quello della bellezza ad ogni costo. Da ricercare sempre. Soprattutto nelle cose più semplici, come può essere, anche, una partita di pallone.
