di Vincenzo Diocleziano

“Madri, minori, migranti: di che accoglienza siamo capaci?” è il titolo dell’evento pubblico organizzato dal comitato Io accolgo Umbria, una coalizione di numerose associazioni, sindacati, gruppi e movimenti della regione impegnati nella promozione di una cultura dell’accoglienza più inclusiva.

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Le presenze L’evento, tenutosi presso la sala del consiglio provinciale di Perugia, fa parte di un ciclo di incontri che mira ad aprire una discussione pubblica sul tema dell’accoglienza sulla gestione, sulle procedure e sulle problematiche. Dopo i saluti istituzionali, la presidente della Provincia Stefania Proietti ha condiviso la sua esperienza sull’accoglienza come Sindaco della città di Assisi. Si sono poi susseguiti vari interventi e testimonianze. La Prefettura e la Questura di Perugia hanno spiegato il tema attraverso un punto di vista normativo. Il Sai di Corciano e Panicale hanno evidenziato tutte le problematiche che chi fa accoglienza si trova ad affrontare in questo periodo, dal sovraffollamento alla difficoltà nell’iter burocratico.

I numeri «Il convegno di oggi vuole focalizzarsi sulla presenza di minori non accompagnati e sulle madri – ha dichiarato Stella Cerasa, che ha introdotto l’evento – anche perché da giugno ad oggi si parla di 12mila minori, numeri importanti che richiedono un’accoglienza importante ed organizzata»

Attacco ai minori Durante l’evento sono stati proiettati due video inediti realizzati da Silvia Vecchini con le riprese di Marco Bonatti: “Alle madri non bisogna dire niente” e “Il nostro canto attraversa il mare”. La conclusione dei lavori è stata affidata all’avvocato Francesco Di Pietro (Asgi) «abbiamo deciso di occuparci di questo tema perché la figura del minore straniero non accompagnato è una figura sotto attacco in quanto a garanzie dall’ultimo decreto legge del 5 ottobre». L’avvocato Di Pietro precisa le ragioni che preoccupano relativamente a quanto disposto dal decreto legge: innanzitutto la possibilità per gli ultra 16enni di essere collocati nei centri di permanenza insieme agli adulti. E, in secondo luogo, la metodologia prevista per l’individuazione dell’età, attraverso una semplice misurazione del polso, considerata, assolutamente «fallace», di contro a un approccio «multidisciplinare previsto per legge».

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