di Mario Mariano
È stato uno sempre fuori dal coro. Sia da giovane che in età matura. Aldo Agroppi da Piombino continua ad essere un passionale, uno schietto. Uno che non le manda a dire. In queste ore di Perugia in lutto per la scomparsa di Castagner, si inserisce nel ricordo dell’allenatore «che non mi capiva, che non mi faceva giocare, che non mi ha dato la gioia di arrivare a 250 partite in serie A» Castagner e Agroppi nel primo campionato del Perugia in serie A si prendevano poco. Buongiorno e buonasera e poco altro. Ilario era concentrato a studiare un campionato che non conosceva, con le super squadre di allora, Agroppi rimuginava sul perché il Torino dopo 11 anni di onorata milizia lo aveva scaricato. «Lo ammetto: ero in crisi profonda, vedevo che Ilario non aveva per me grande considerazione, lui voleva un centrocampo di movimento, gente più giovane, Amenta e Pin. E poi io quello anno ero distrutto perché mia madre era ricoverata in ospedale a Genova e conoscevo la diagnosi dei medici».
La storia Agroppi partì davvero al rallentatore: così è così nella prima di campionato, male contro il Torino. «Sì, l’unico a farmi coraggio era D’Attoma. Castagner parlava pochissimo, anche la riunione pre partita durava cinque minuti. Ero abituato diversamente e non mi sentivo a mio agio. Non nego che quel biondino mi stava sulle scatole. Ma come, non fai giocare uno che ha sempre giocato, che ha fatto goal in serie A anche contro gli squadroni, che ha onorato la maglia del Torino, che ha giocato in nazionale? Caro Ilario proprio non ci siamo…»
E poi Ovviamente Castagner non era impazzito, figurarsi se non faceva giocare Agroppi per gelosia. Piuttosto era un allenatore che non scendeva a compromessi e il passato serviva all’Almanacco Panini. Aveva ragione e Agroppi vuole rendergli onore: «Non lo dico certo ora che non c’è più. Negli anni glielo ho ricordato 100 volte. Ho dovuto passare dall’altra parte per capirlo e con umiltà ho riconosciuto che ero io a sbagliare. Lui doveva pensare alla squadra, a mantenere la categoria. Non poteva concentrarsi su di me. Sui miei problemi psicologici. Con il tempo la mia preparazione atletica è migliorata e credo di aver dato il mio apporto. Perugia mi stava entrando nel sangue e anche come allenatore della Primaveva credo di aver fatto la mia parte. Celeste Pin e Redomi, mi limito a questi due nomi, hanno fatto una buona carriera».
La pace Da tempo ha messo i puntini sulle “i” e con Castagner é tornata la pace. «Avevo come un velo davanti agli occhi, non potevo essere obbiettivo. A Ilario ho chiesto scusa e siamo entrati in sintonia. In questi anni ci siamo sentiti spesso, anche fino a pochi mesi fa. Scherzando gli dicevo che la sola cosa che non gli perdonavo era quella partita in più per arrivare alle 250 in A. E lui mi diceva: Aldo me lo potevi chiedere, io non guardavo certo le statistiche dei calciatori. Abbiamo sorriso e ricordato spesso quegli anni irripetibili. Ho mandato le mie condoglianze alla famiglia. Il mio cuore é triste come quella domenica della scomparsa di Curi. Mi conforta che si ritrovano tutti Lassù con Frosio e Ceccarini e vedo già Ilario in tuta con il fischietto in bocca pronto ad iniziare gli allenamenti».
