di Danilo Nardoni
La vera essenza della musica «risiede nell’amore». Di questo Giovanni Allevi è sempre più convinto. Il celebre pianista marchigiano si definisce da sempre un «artista libero» e di questo oggi ne è ancora più consapevole. Soprattutto dopo aver vissuto, anche con difficoltà, gli anni della critica feroce e che ora si è lasciato alle spalle. Allevi si svela così alla vigilia del suo concerto in programma venerdì 23 dicembre a Spoleto che Umbria Eventi d’Autore, il cartellone ideato dall’Associazione Umbra della Canzone e della Musica d’autore, propone come appuntamento in vista delle festività natalizie. È atteso quindi il ritorno in Umbria di Allevi che si esibirà al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti per una tappa del «Celebration European Tour»: ideato per i festeggiamenti dei 25 anni di attività live del pianista sta toccando diverse città italiane ed europee. Da questo mese di dicembre, infatti, l’artista è ripartito con una doppia tournée con il pianoforte solo («Celebration Piano Tour») e con orchestra (nel «Celebration Symphonic Tour» si esibisce nel triplice ruolo di compositore, pianista e direttore d’orchestra alla guida dell’Orchestra Sinfonica Italiana). Nel live di Spoleto Allevi si presenterà al pubblico umbro con la sua dimensione magica ed intima del pianoforte solo ripercorrendo i 25 anni di composizioni che lo hanno portato a vendere oltre un milione di dischi solo in Italia e reso uno dei compositori italiani più apprezzati anche a livello internazionale.
Allevi, con il ‘Celebration European Tour’ lei ha iniziato questo mese i festeggiamenti per i 25 anni di attività live. Ci può descrivere in poche parole queste oltre due decadi di musica?
«Sono stati 25 anni lunghissimi. Nel senso che grazie alla musica mi sono ritrovato a vivere dieci vite contemporaneamente. Sono stato circondato dalle folle, oppure ho sperimentato mesi di totale isolamento. Sono stato amato e non amato… odiato mi sembra troppo! E tanto si è discusso e si continua a discutere sulle mie idee. Eppure non c’è stato un attimo in cui non ho smesso di amare alla follia la musica, anche grazie all’affetto del pubblico che mi è sempre stato vicino».
Lei sta portando avanti in questo periodo una doppia tournée con il pianoforte solo e con orchestra. Si è sempre cimentato infatti sia con il ‘piano solo’, in una dimensione più intima, sia con altre esperienze più “allargate”. Quale tra le due preferisce?
«Sono entrambe molto intense, ma adesso che le sto portando avanti parallelamente mi accorgo ancor di più della differenza. Il pianoforte solo è il momento dell’intimità, della preghiera, in cui la mia solitudine si apre misteriosamente alla condivisione collettiva. L’orchestra sinfonica invece mette in luce il mio lato estroverso e ludico. Con i professori della Sinfonica Italiana ci chiamiamo per nome, ma quando siamo sul palco non ce n’è per nessuno: massimo impegno e concentrazione».
A Spoleto sarà nella “versione” piano solo. Ma non è la prima volta che la ascoltiamo nella città del Festival dei Due Mondi.
«Se non sbaglio è la terza volta che suono a Spoleto. Ricordo che per il concerto in piazza, mi era stata gentilmente messa a disposizione, come camerino, una stanza della casa del grande compositore Menotti, di cui ho amato il concerto per Violino e Orchestra. E allora, al posto di riposarmi, mi sono immerso nelle sue partiture, nei suoi pensieri».
L’Umbria quindi, e Perugia in particolare, le conosce bene, visto che qui si è diplomato in pianoforte. Che ricordo ha di quel giorno e delle altre volte che è venuto da queste parti?
«A metà del mio concerto di diploma in pianoforte mi fermai, per chiedere alla commissione che era alle mie spalle, se potevo togliermi il maglioncino. Mi risposero di si, ma ciò che mi colpì fu il tenero sorriso con cui mi guardavano».
Ricordo però anche qualche discussione durante il suo concerto inserito nella cornice di Umbria Jazz. C’è sempre stato infatti il problema di dove collocarla. Oltre che per il jazz anche in altri ambiti, visti i suoi rapporti, fin dall’inizio sempre difficili, con l’establishment della musica classica. L’approccio alla musica, da parte di pubblico e addetti ai lavori, secondo lei deve essere libero da pregiudizi di ogni sorta?
«I pregiudizi vanno sicuramente messi da parte in qualsiasi ambito. Soltanto oggi comincio ad andare orgoglioso della mia “non collocabilità”. Scrivo musica dalle forme classiche complesse, come il concerto per violino, in cui inglobo contenuti ritmici, melodici e armonici della nostra contemporaneità. Eppure ho la sensazione che i tempi non siano ancora maturi per accettare l’idea di una musica “classica contemporanea”; il mio esempio, forse troppo impegnativo, non è stato seguito dai giovani compositori, né è stato assimilato dalle istituzioni. Resto così una scheggia impazzita, incompresa ma entusiasta».
Oltre a diverse città italiane, il tour toccherà anche città europee come Londra, Zurigo e Bruxelles. Un paragone con l’Italia è quindi d’obbligo, visto che è un artista abituato ad uscire fuori dai confini nazionali. E quindi com’è il pubblico straniero rispetto a quello di casa?
«Uno dei momenti più belli è subito dopo il concerto, quando incontro le persone del pubblico. Accade che io possa ricevere intensi gesti di affetto, come una carezza o un abbraccio. In questo il pubblico italiano è meraviglioso, ma altrettanta meraviglia desta in me la garbata e delicata distanza fisica degli orientali, che non sono abituati al contatto».
Un anno fa è uscita la sua autobiografia fotografica ‘Vi porterò con me’. Dove lo ha portato e dove lo vuole portare ancora Allevi il suo pubblico? Verso quali orizzonti?
«Ho appena ricevuto una mail da una fan, che dopo avermi visto in una delle mie rare apparizioni in tv, mi ha scritto che forse ho bisogno di leggerezza. Ha ragione. Loro sanno leggermi in fondo al cuore. Per questo credo che la musica ed il mio pubblico, lentamente mi porteranno verso una sempre maggiore conoscenza di me stesso».
