di Chiara Fabrizi
Da una parte la pubblica amministrazione che in Umbria non garantisce standard elevati di trasparenza sull’utilizzo dei fondi stanziati e messi a bando per fronteggiare l’emergenza pandemica, anzi realizza uno dei peggiori risultati. Dall’altra i rischi connessi all’impatto economico del Covid-19 che, ad esempio, in Umbria nel biennio 2020-21 si sono tradotti con un incremento del 17 per cento delle cosiddette segnalazioni di operazione sospette, cioè in odore di riciclaggio. A proteggere il tessuto sociale e produttivo è, però, una buona dose di anticorpi che permette all’Umbria, malgrado la fragilità economica, di assistere a una diminuzione delle interdittive antimafia che colpiscono imprese e persone fisiche.
Poca trasparenza sui fondi Covid La fotografia l’ha scattata l’associazione Libera che lunedì mattina ha pubblicato il dossier La tempesta perfetta 2022. La variante criminalità. Una parte del focus viene riservata alla trasparenza sui bandi pubblici finanziati con fondi Covid-19 con l’analisi elaborata con dati Anac e Openpolis. Il punto per l’associazione è la piena conoscibilità della spesa sotto ogni suo aspetto, compreso quello dei beneficiari degli aiuti pubblici. E secondo Libera in Umbria la situazione è tra le peggiore d’Italia. Sì, perché a livello nazionale non c’è piena informazione su quasi il 58 per cento dei fondi destinati a fronteggiare l’emergenza Covid, che sono stati complessivamente 27 miliardi, mentre in Umbria la trasparenza è garantita soltanto sul 16 per cento delle risorse destinate a questo territorio, che sfiorano quota 192 milioni. Peggio di noi fa solo la Liguria con il 9 per cento e l’Abruzzo col 15 per cento.
Operazioni in odore di riciclaggio Nel report, poi, anche le cosiddette Sos, ovvero le segnalazioni di operazione sospette rilevate dall’Unità di informazione finanziaria per l’Italia. Qui l’Umbria si piazza in zona arancione, con un incremento del 17 per cento nel biennio 2020-21 su quello precedente. In altre parole, il Covid-19 nella regione ha fatto superare la soglia delle 2 mila operazioni in odore di riciclaggio, balzate dalle 1.979 del biennio 2018-19 alle 2.375 del primo biennio segnato dal Covid-19. L’incremento dell’Umbria è l’undicesimo più elevato tra le regioni italiane, ma viaggia al di sotto della media italiana, che gira al 24 per cento, con la pericolosa classifica che è guidata dal Lazio con +57 per cento e dal Trentino Alto Adige con +50 per cento.
Cyber crimine Sotto la lente di Libera anche il cyber crimine, nuova frontiera di attività e quindi di business delle organizzazioni criminali che, questo emerge, sul dark web riescono ad assoldare le professionalità necessarie a colpire imprese e pubblica amministrazione, beneficiando delle difficoltà legate alla transnazionalità di questi reati e degli ostacoli che ne conseguono per gli inquirenti. E i delitti informatici non risparmiano la piccola Umbria, che anzi nel biennio del Covid-19 li ha visti crescere del 31 per cento, andando ad allargare la schiera delle regioni di zona rossa. In particolare tra il 2018-19 in questa regione si erano contate 411 azioni classificabili come cyber crimine, ma nel biennio successivo si è superata la soglia dei 500, attestandosi precisamente a 541, così come emerge dai dati elaborati dal Servizio analisi criminale del ministero Interno. Nel report viene evidenziato come i delitti informatici in questione si traducano soprattutto in attacchi mirati con richiesta di riscatto, ovvero i casi di ransomware, che sono considerati in spaventosa crescita, ma probabilmente sottostimati, perché chi li subisce tende a non denunciarli. Il riscatto viene generalmente richiesto in bitcoin, mentre il profilo del cybercriminale tracciato dal report segnala azioni compiute soprattutto di notte, solitamente prima di un giorno festivo e per mano di professionisti giovani generalmente provenienti dell’est Europa o dell’estremo Oriente, tecnicamente molto specializzati, quasi sempre parte di un’organizzazione, talvolta assoldati sul dark web.
Truffe e frodi online Ai delitti informatici si sommano le più banali truffe e frodi, che nel biennio del Covid-19 hanno subito un’impennata anche in Umbria, dove sono aumentate del 37 per cento, più della media nazionale, che si è fermata al 32 per cento. La regione anche qui è collocata in zona rossa con gli imbrogli online passati, in numeri assoluti, da 6.368 a 8.378.
Usura e ristoranti vulnerabili Con le chiusure imposte dal Covid-19 un altro sorvegliato speciale è il rischio di usura. Qui i casi scoperti in Umbria fanno registrare un incremento importante, ovvero del 25 per cento, ma i numeri assoluti sono molto contenuti, perché segnano quattro inchieste nel 2018-19 e dieci nel primo biennio pandemico, così come emerge dalle rilevazione del Servizio analisi criminale del ministero Interno. Tuttavia, la guardia deve restare molto alta, perché soltanto nel comparto della ristorazione, cioè uno dei più colpiti dalle restrizioni anti Covid-19, le imprese diventate più vulnerabili, secondo il dossier di Libera, sono cresciute del 34 per cento, balzando a quota 154, in questo caso la fonte è il Cerved.
Interdittive antimafia: gli anticorpi L’unico campanello d’allarme che non suona in Umbria è quello delle interdittive antimafia, che nel biennio pandemico sono perfino diminuite del 37 per cento, collocando la regione in zona bianca e all’ultimo posto della classifica nazionale, malgrado in Italia anche questi provvedimenti siano cresciuti del 33 per cento. Pure qui, però, i numeri assoluti sono molto contenuti: le interdittive nel biennio 2018-19 erano state 19, mentre in quello successivo 12.
