martedì 16 luglio - Aggiornato alle 10:11

«Hanno favorito alcune imprese funebri»: chiesti 150 mila euro a due addetti dell’obitorio

Il caso, che risale a diversi anni fa, è approdato venerdì di fronte alla sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria

La toga di un magistrato della Corte dei conti (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Centocinquantamila euro come disservizio e danno da immagine. A dodici anni dai fatti, risalenti al 2006, è approdata di fronte alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti dell’Umbria il caso di due addetti all’obitorio dell’ospedale di Perugia, condannati per ave preso soldi per la vestizione dei defunti e per aver favorito alcune imprese funebri. In primo grado i due dipendenti pubblici furono condannati rispettivamente a un anno e sei mesi e due anni e due mesi, anche per essersi prestati dietro compenso a vestire i defunti. Tutti reati poi estinti quando il caso è approdato in Appello.

L’accusa La vicenda è approdata in Corte dei conti a così tanti anni di distanza in attesa dell’esito del giudizio in sede penale. A rappresentare l’accusa il nuovo viceprocuratore Elena Di Gisi, che ha parlato di «prestazioni lavorative deviate rispetto al perseguimento del pubblico interesse, risultando qualitativamente e quantitativamente inferiori rispetto a quanto richiesto a un pubblico dipendente non apicale ma con mansioni esecutive». Di Gisi ha anche sostenuto la sussistenza di una «evidente lesione della dignità, del prestigio e della serietà della struttura ospedaliera». Il tutto in settore «particolarmente delicato anche per il senso di pietas».

Le difese A difendere i due (uno dei quali ora non in grado di intendere e di volere) sono gli avvocati Donatella Panzarola e Angelo Frioni. La prima ha bollato le richieste della procura come «insussistenti e abnormi» e ha sottolineato il «ruolo di secondo ordine» del suo assistito, «mero esecutore in cambio di modestissimi guadagni» e di «situazioni psichiche che hanno impedito di capire che stesse ponendo in essere azioni scorrette». Da respingere anche l’accusa di aver provocato un danno d’immafine: «Non è provato – ha detto il legale – e non bastano un paio di articoli di giornale». Anche per l’avvocato Frioni infine «non c’è alcun disservizio: le sentenze hanno sì accertato le segnalazioni ma non si riesce a capire come possa determinarsi un disservizio del servizio funebre. Dov’è lo spreco di risorse?».

Twitter @DanieleBovi

I commenti sono chiusi.