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venerdì 28 gennaio - Aggiornato alle 06:51

Sclerosi multipla, la scoperta a Perugia: quanto manca alla terapia

L’indagine su tutti gli aspetti della ricerca e le tappe che potrebbero portare al farmaco. Approvato piano diagnostico

di Maurizio Troccoli

Nuovi scenari per gli ammalati di sclerosi multipla e altre malattie autoimmuni come diabete giovanile, tiroidite, psoriasi e tante altre. E’ quanto si è appreso dalla pubblicazione della ricerca perugina su una molecola che regola il sistema immunitario indirizzandolo nella giusta direzione. In molti, a questo punto, si chiedono: e allora perché non si procede subito alle terapie? Proviamo quindi a rispondere.

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APPROVATO PIANO DIAGNOSTICO TERAPEUTICO IN UMBRIA

Cosa hanno intuito le ricercatrici  Chi è affetto da queste patologie non necessita di sapere come funzionano le malattie autoimmuni. Per tutti gli altri, esemplificando drasticamente, basti sapere che ognuno ha una corazza, o se si preferisce, un ‘micro esercito’, che combatte contro gli elementi che considera nemici, quindi estranei o dannosi al proprio organismo. Questo esercito o corazza è il nostro sistema immunitario. A volte accade che qualche ‘battaglione’ di questo esercito, non combatte contro il nemico, ma contro il nostro stesso organismo. Questa premessa vale a comprendere la direzione che ha preso la ricerca perugina, ovvero evitare ‘l’impazzimento’ del sistema immunitario e quindi fare in modo che tutto il micro esercito, ovvero l’intero sistema immunitario, combatta nella stessa direzione. Ovvero solo contro il vero nemico.

Il cuore della ricerca La ricerca ha quindi volto lo sguardo all’enzima Ido 1, una proteina in grado di indirizzare il sistema immunitario. Si è compreso che più questa viene rinforzata, più il sistema immunitario si comporta bene. Nonostante in tante malattie autoimmunitarie sia stato osservato che Ido1 manca oppure è debole nei suoi effetti, nessuno aveva mai escogitato una strategia capace di potenziere, rafforzare questo enzima. Con il recente studio pubblicato nella rivista ad alto impatto scientifico Proceeding of the National Academy of Sciences (Pnas), le ricercatrici Giada Mondanelli e Claudia Volpi, coordinate dalla professoressa Ursula Grohmann (dipartimento di Medicina sperimentale, Università di Perugia) hanno messo in luce il meccanismo molecolare con cui, un metabolita della serotonina, prodotto naturalmente dal nostro organismo, sia capace di potenziare l’attività dell’enzima Ido1. E’ stata fondamentale la collaborazione con i neurologi, i professori Paolo Calabresi (ora al Policlinico Gemelli di Roma) e Massimiliano Di Filippo (dipartimento di Medicina, S.c. clinica Neurologica), assieme al ricercatore Lorenzo Gaetani. Mentre un passaggio importante, nella ricerca, per avvicinarsi a quella che un domani potrà diventare la ‘pasticca’, cioè la medicina, è stato compiuto con il professore Antonio Macchiarulo (ordinario di Chimica farmaceutica al dipartimento di Scienze farmaceutiche).

La scoperta La ricerca ha confermato che potenziando Ido 1, il sistema immunitario riprende a funzionare e la malattia regredisce. Cioè l’attività anomala di ‘attacco’ dei propri organi e tessuti, che è alla base della malattia, va spegnendosi. «Questo risultato – spiegano le ricercatrici a Umbria24 – è stato confermato sia in vitro, cioè in provetta, con linfociti da sangue umano di persone affette da sclerosi multipla, sia nei topi, con una forma di sclerosi indotta».

Sclerosi multipla, cosa sta accadendo Ora, bisogna sapere che la sclerosi multipla è una delle patologie su cui viene compiuta più ricerca in assoluto. Questo perché oltre a riguardare una grande fetta della popolazione, colpisce le persone in una età giovane. «In Umbria, ad esempio – spiega Di Filippo – arriviamo a 200 casi ogni 100.000 abitanti». A Di Filippo non si può non chiedere quanto sia ragionevole attendersi una cura definitiva sulla sclerosi. «Si pensi – risponde – che solo 25 anni fa, non c’erano terapie. Attualmente ne abbiamo una quindicina». Questo è avvenuto in anni nei quali la ricerca camminava a una certa velocità. Che senza dubbio, anche grazie alle nuove scoperte, oggi è maggiore. Questo porterebbe a pensare che, in un arco temporale equivalente, sarebbe auspicabile attendersi anche risultati maggiori. «Oggi i trattamenti cercano di ridurre la frequenza degli episodi di deficit neurologico e le nuove lesioni infiammatorie cerebrali e spinali. L’importante pubblicazione prodotta ha permesso di identificare una nuova promettente strategia di modulazione del sistema immunitario. Diciamo – aggiunge Di Filippo – che il futuro vuole una cura che blocchi all’inizio la malattia e che abbia un soddisfacente rapporto rischio beneficio, o che addirittura permetta di riparare il danno già accumulato». E’ noto come diversi pazienti ricorrano a terapie con dosi significative di vitamina ‘D’ e hanno fiducia negli scenari che si intravedono su terapie a base di serotonina e melatonina. «Per quanto riguarda la vitamina D – spiega Di Filippo -, a ogni paziente va  solo integrata rispetto a quella di cui dovesse essere carente. Su dosi alte di vitamina D, su serotonina e melatonina, attualmente non esistono evidenze scientifiche».

Come procederà la ricerca Ritornando alla ricerca «quello che adesso si può fare è andare oltre i risultati ottenuti – spiega la ricercatrice Giada Mondanelli -. Soprattutto valutare se ci sono anche altre molecole simili a quella emersa dalla ricerca fino ad oggi, in grado di  attivare questo enzima che non funziona bene nella sclerosi multipla». «Dobbiamo cioè – aggiunge la professoressa Ursula Grohmann – arrivare ad offrire più molecole sul mercato delle industrie farmaceutiche». E’ appunto il passaggio che manca. Quello cioè che va dalla ricerca preliminare e pre clinica, attuale, che si svolge nei laboratori perugini, alla ricerca da consegnare alle case farmaceutiche, per essere finanziata e portarci, auspicabilmente, al farmaco.

I prossimi 18 mesi «Con il nuovo finanziamento ottenuto dallo European Research Council – aggiunge Grohmann – abbiamo altri 18 mesi di ricerca che iniziano da giugno. Insieme al professore Macchiarulo, dovremo studiare una serie di molecole che hanno dei profili più vicini a quelli di un farmaco, visto che la ‘nostra’ è ancora una molecola naturale. Infatti è in grado di potenziare l’enzima Ido1 soltanto di una volta e mezzo, non tantissimo. Ma abbiamo già sperimentato molecole sintetiche che sono potenti dieci volte tanto. E siamo riusciti a fare anche il cristallo della proteina Ido1 legata ad una di queste nuove molecole». La nuova fase della ricerca consentirà di passare dal modello ‘acuto’ di sclerosi multipla, ovvero quello che stimola velocemente la malattia, a quello di ‘sclerosi recidivante remittente’. Cioè quella di cui soffre la gran parte dei pazienti. «Nel modello acuto, abbiamo fatto regredire la malattia velocemente», dice ancora Grohmann. Nei prossimi 18 mesi «valuteremo anche le caratteristiche farmacocinetiche delle molecole somministrabili per via orale, ovvero quanto farmaco attivo risulta nel plasma e per quanto tempo. Questo è molto importante, perchè il futuro farmaco non deve essere eliminato velocemente ma durare almeno 24 ore. Poi andremo a valutare la tossicità». E cioè il reale grado di possibilità che la molecola ha di diventare farmaco. Senza cioè produrre effetti collaterali tali da vanificare la ricerca».

Poi la fase clinica La tappa immediatamente successiva è la realizzazione di una relazione scientifica con tutte le caratteristiche delle molecole, che sarà realizzata insieme a un partner della ricerca perugina, cioè un’agenzia olandese, già attivata, che avrà il compito di presentare la ricerca alle case farmaceutiche, in un panorama internazionale. Questo perché la fase clinica di sperimentazione, e cioè quella sull’uomo, ha costi elevatissimi. La ricerca perugina si troverà di fronte al bivio di dovere scegliere tra vendere il brevetto o prendere le royalties. «Il clinical trial – spiega Grohmann – che comprende anche la fase 2 e 3 della ricerca clinica, ovvero l’arruolamento in sicurezza di pazienti con differenti dosaggi e poi la sperimentazione su campioni anche di migliaia di pazienti, potrebbe richiedere fino a 10 anni di tempo per l’immissione in commercio del farmaco».

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