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mercoledì 7 dicembre - Aggiornato alle 18:49

«Quella patologia non l’ho scelta. Siamo malate, mica sceme». In Umbria pazienti e associazioni contro Meloni

FdI inserisce disturbi alimentari tra le «devianze», critici gli addetti ai lavori: «Prima di parlare di questi problemi bisogna conoscerli»

Anche l'anoressia è stata inserita tra quelle che FdI chiama «devianze»

di Maria Sole Giardini

«Per curare le devianze giovanili e crescere nuove generazione di italiani sani investiremo sul diritto allo sport». È il nuovo slogan della campagna elettorale di Fratelli d’Italia recitato in un video dalla leader Giorgia Meloni. Ma quali sono secondo il partito in testa ai sondaggi queste devianze giovanili? Lo spiegano proprio loro in alcuni post apparso in questi giorni sui loro profili social: «Devianze giovanili = droga, alcolismo, tabagismo, autolesionismo, disturbi alimentari, bullismo, baby gang, hikikomori». Un post che ha scatenato le ire degli esperti dei vari settori. Ma soprattutto l’indignazione di pazienti affetti da disturbi alimentari e degli operatori che da anni si occupano di queste malattie. «Non sono devianze ma malattie gravi legate alla psiche per le quali ogni anno muoiono tantissime persone» ha tuonato Maria Grazia Giannini, presidente dell’associazione famiglie «Il bucaneve» di Castiglione del Lago (Perugia). «Nel ‘900 erano i nazisti che parlavano di devianze, e la chiamavano degenerazione ma quella difficoltà non l’ho scelta. Quella patologia non l’ho scelta. Come ha detto qualcun altro: siamo malatə, mica scemə» è il messaggio forte di Valentina Persichetti dei Giovani democratici di Terni che quella ‘devianza’ l’ha vissuta sulla propria pelle. «L’affermazione di Giorgia Meloni evidenzia solo come ognuno di noi dovrebbe ricoprire il proprio ruolo e prima di parlare di queste cose bisognerebbe conoscerle» ha ribadito Giannini in merito alle affermazioni della leader di Fratelli d’Italia.

Disturbi del comportamento alimentare Ed è proprio così, i Dca (Disturbi del comportamento alimentare) sono vere e proprie patologie riconosciute dal Sistema sanitario nazionale che affliggono ogni anno migliaia di persone. Disturbi che potenzialmente possono uccidere chi ne è affetto se non viene presa in tempo la malattia e curata adeguatamente. Ma per guarire servono medici e strutture competenti, non di certo un allenatore. La gravità della questione e la delicatezza con cui affrontarla ce la mettono in evidenza i numeri. I Dca sono aumentati esponenzialmente in pandemia. Si parla di un 40 per cento in più rispetto agli anni pre Covid «ma dalle telefonate che ricevo giornalmente le percentuali sono molto più alte» ha confidato a Umbria24 la dottoressa Giannini. In Umbria fortunatamente ci sono diversi centri come quello di Castiglione del Lago – ma anche Palazzo Francisci a Todi – e il servizio ospedaliero delle diverse Usl ormai sa come gestire determinate patologie e dove indirizzare i pazienti. I Dca sono malattie che colpiscono non solo il corpo, ma soprattutto la sfera della psiche e dalle quali si può uscire ma con un approccio multidisciplinare fatto da nutrizionisti, psicologi, medici di base e forse in ultimo anche istruttori sportivi.

Lo sport come arma «Riguardo all’affermazione della Meloni che secondo lei serve sport e cultura per risolvere il problema – ha replicato Maria Grazia – indica un livello di ignoranza sul tema spaventoso. Ricordo che molte ragazze affette da Dca usano proprio lo sport per farsi ancora più del male con iperattività a digiuno fino a esaurirsi. Non serve più sport ma servono cure adeguate e strutture oltre alla formazione delle persone che curano questi problemi». Sì perché chi conosce questi disturbi sa che proprio lo sport per i pazienti affetti da Dca può essere un’arma a doppio taglio. Un paziente che vuole perdere peso sa che per farlo deve mangiare meno e fare sport. Lo dicono in tv o sui giornali quotidianamente etichettandole come sane abitudini. Ma per chi è affetto da Dca questi ‘consigli’ diventano pensieri fissi nella testa, un loop da cui difficilmente se ne esce senza aiuto. Ecco quindi che una ragazza affetta da anoressia, ad esempio, se dopo digiuni prolungati cede e mangia anche un solo biscotto, avrà un senso di colpa enorme, al punto che dovrà in ogni modo togliere le calorie ingerite e lo sport diventa per lei un ‘meccanismo di compenso’ pericolosissimo. Non è raro trovare in centri specializzati pazienti ricoverati che fanno decine di volte su e giù dalle scale del centro, o camminano in cerchio nella stanza solo per smaltire quel minuscolo piatto di pasta che i medici a fatica erano riusciti a fargli mangiare. Ma ovviamente chi non vive un determinato problema e non si informa, determinate situazioni non può conoscerle».

‘Dichirazioni agghiaccianti’ «Personalmente – ha detto Valentina Persichetti -, trovo persino difficile parlare delle dichiarazioni di Giorgia Meloni. Vorrei poterle definire agghiaccianti, sconvolgenti, ma per me e le altre persone che con me compongono il gruppo Giovani democratic* Terni, queste parole sono tutto meno che qualcosa per cui sorprendersi. A essere onesta devo dire che questa sia la linea più coerente che Meloni potesse tenere: un distacco che va a dividere, a creare l’ennesima scansione tra un ‘noi’ e un ‘loro’. Di un noi puro, sano e forte, di un loro debole, deviato. Nel ‘900 erano i nazisti che parlavano di devianze, e la chiamavano degenerazione. Che non si dica che la sinistra stia sempre a insistere su un collegamento tra Fratelli d’Italia e una certa politica: fanno tutto loro».

Io scesa in politica dopo un disturbo alimentare «La mia decisione di trasformare l’interesse privato per la politica in un impegno attivo è venuta proprio in un periodo in cui la Meloni mi avrebbe definito deviata: ero seguita dal reparto di nutrizione dell’ospedale della mia città, perché un disturbo alimentare che a ben pensare ha, in diverse forme, caratterizzato un po’ tutta la mia vita, era sfuggito di mano» ha confidato Valentina.

Le patologie non sono devianze «La devianza fa parte dell’umanità, nel senso stretto della parola: non si può essere un essere umano senza divergere, senza una propria caratteristica distintiva. Tra le caratteristiche distintive, tra le devianze, tuttavia, non ci sono le patologie. E soprattutto, le patologie non si combattono solo con lo sport, che pure è uno strumento fondamentale sociale e di promozione della salute, ma con soprattutto un sostegno reale alla salute mentale e la creazione di un ambiente più salubre in cui crescere le nuove generazioni e far vivere le vecchie. È vero, le generazioni più giovani (ma non solo) soffrono a causa di diverse patologie che scaturiscono in forma diversa da un grave disagio: impegno della politica deve essere accogliere questo disagio, su di esso interrogarsi, e agire. Non condannare, non puntare il dito».

Le lotte della associazioni  Conoscenza e formazione adeguata dunque sono le base di ogni buona politica per poter risolvere un problema sempre più diffuso come quello dei Dca. Mettere nel calderone devianze e disturbi alimentari indica che forse di conoscenza dell’argomento ve ne è ancora davvero poca. Grave, gravissimo perché in questi anni di lotte, corretta informazione per far conoscere queste malattie e  prevenirle ne sono state fatte davvero tante. Soprattutto in Umbria, dove esistono centri di eccellenza che accolgono pazienti da tutta Italia. «Una affermazione del genere – ha ribadito la presidente de ‘Il bucaneve’ riferendosi all’aver decretato i Dca come ‘devianze’ – ci fa capire che questi 20 anni di lotte delle associazioni, dei medici e di tutti gli esperti del settore in cui si è cercato di ridare dignità alle persone affette da tali disturbi non sono servite a nulla. Siamo riusciti in questi anni a istituire la Giornata del fiocchetto lilla. Abbiamo ottenuto l’inserimento dei disturbi alimentari nei Livelli essenziali di assistenza, differenziandoli dalle altre malattie psichiatriche, mentre prima venivano accumunati ad altri disturbi quando sono profondamente diversi. Siamo riusciti a reperire fondi per costruire centri sempre più all’avanguardia che forniscano percorsi multidisciplinari per aiutare i pazienti a uscire dalla malattia e una affermazione del genere ci riporta indietro di decenni».

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