di Maurizio Troccoli
Chi l’avrebbe mai immaginato che, da un luogo come quello, potessero spuntare brutalità come quelle ipotizzate in queste ore, dagli inquirenti perugini. Il centro Forabosco, oggi sotto i riflettori della cronaca, per presunti maltrattamenti ai danni di ragazzi disabili, che hanno visto finire agli arresti alcuni operatori, è stato, per decenni, una punta di diamante, della capacità di risposta, in tema di salute mentale a Perugia. Se Elio Censi, si può dire l’ideatore, l’animatore, il costruttore e l’anima di questo progetto, deceduto la scorsa estate, nella sua amata Sant’Egidio, sapesse che quel sogno si sia potuto trasformare in questo incubo, anche fosse per uno soltanto dei suoi ospiti, si rivolterebbe. Cautela, garantismo e umana speranza, impongono di augurarsi che quanto paventato, sarà smentito dai fatti. Ma, se fossero invece confermati, allora è più che necessario ricostruirli anche alla luce della nobile storia di questa struttura.
Quella bella storia Elio Censi era papà di un bambino che soffriva di una patologia mentale e, da operoso e creativo quale era (basti fare una passeggiata a Sant’Egidio per apprezzare le numerose opere a carattere sociale realizzate) trasformò questa condizione di disagio in una opportunità di risposta, in termini di servizi, sia per ‘il suo ragazzo’ che per altri figli di altre famiglie del posto. Fu appunto un gruppo di genitori che individuarono, in questo progetto, una risposta concreata a un bisogno collettivo di assistenza sanitaria.
Il Forabosco Allora, il Comune di Perugia, era proprietario di una vasta azienda agricola che, progressivamente, negli anni, ha venduto, tranne quel casolare, ‘Il Forabosco’. Così l’idea di una convenzione per trasformarlo in residenza per l’assistenza di ragazzi con disabilità di vario tipo. Ne seguirà una convenzione anche con l’Asl per il coordinamento delle attività di assistenza sanitaria. Una struttura che ha ricevuto apprezzamenti trasversali per la qualità dei servizi offerti, ma anche per il pregio dei suoi manufatti e degli spazi, a pochi passi da Assisi, in aperta campagna, con un bel panorama e la missione di essere in grado di mantenersi, ovvero autofinanziarsi. Anche per questa ragione fu sviluppato un progetto di ricezione, con servizi di accoglienza, ritenuti «popolari e dignitosissimi», che vedevano coinvolti e protagonisti, gli stessi ragazzi ospiti che, così, conoscevano opportunità di crescita e miglioramento nei propri percorsi terapeutici.
Punta di diamante Oltre a una attività di ristorazione, raggiunta da tanti clienti, molti da fuori Perugia, ma anche da associazioni e organizzazioni di vario tipo che, da sempre, hanno voluto associare al benessere dello stare in buona compagnia davanti a un buon piatto, anche la possibilità di un gesto di generosità, è stata costruita una piscina, frequentatissima durante il periodo estivo e varie altre attività, compresa quella di uno spazio dedicato alle assemblee e convegni e attività di formazione in ambito sanitario, organizzate dalla Asl. Una storia dunque prestigiosa e visionaria, un progetto che ha saputo coniugare servizi avanzati in campo sanitario, protagonismo, socialità, operosità di persone diversamente abili, bellezza del paesaggio umbro e della sua capacità artigianale nel recupero della struttura, multidisciplinarietà e dialogo con il territorio.
Fare verità Il Forabosco oggi ha una ferita aperta che fa tanto male a chi questa struttura l’ha fortemente voluta, a chi l’ha sostenuta e a quanti hanno faticato perché sia un luogo del ‘bene civico’ dove chi è svantaggiato ha possibilità concrete di recupero. Tra chi vi opera all’interno, tra chi vi ruota intorno, tra chi ci si sente legato per trascorsi, parenti, amici assistiti o esperienze vissute, c’è un sentimento comune che teme un danno irreparabile al suo buon nome. Fare verità, e farla presto, anche per preservarlo.
