In Umbria la più elevata quota di famiglie che abitualmente consumano acqua in bottiglia, generalmente di plastica, nonostante la regione sia stata la prima in Italia ad avviare il monitoraggio capillare e costante dei Pfas (perfluoroalchiliche) su tutto il territorio.

Viene definito «emblematico» e «paradossale» da Legambiente il caso dell’Umbria, dove il 90,3 della popolazione, a fronte dell’81,8 per cento medio italiano, continua ad acquistare acqua confezionata pur disponendo di un sistema di controllo «d’eccellenza nella tutela della salute pubblica», sostenuto anche «dai numerosi accertamenti compiuti dai gestori degli acquedotti pubblici su sorgenti, pozzi e reti di distribuzione».

In questo quadro si inserisce l’appello di Legambiente rivolto agli umbri e più in generale agli italiani, che restano «al primo posto della classifica europea e tra i leader mondiali per consumo di acqua in bottiglia». Per l’associazione ambientalista «l’imbottigliamento di miliardi di litri di acqua, risorsa sempre più scarsa, oltreché concessa a condizioni irrisorie e rivenduta a caro prezzo, racconta il fallimento di un modello di gestione che ignora la crisi climatica i cui effetti sono sempre più evidenti».

Secondo gli ultimi dati, spiegano dall’associazione, «nel 2024 il consumo pro capite in Italia ha superato i 257 litri all’anno, con una crescita del 2,7 per cento rispetto all’anno precedente». Il «controsenso» denunciato dall’associazione riguarda anche «un volume d’affari enorme che poggia su una risorsa pubblica svenduta: le aziende imbottigliatrici pagano mediamente alle Regioni solo 1 euro per ogni metro cubo (1.000 litri) di acqua prelevata, col risultato che la materia prima pubblica costa alle multinazionali appena 0,001 euro al litro, mentre i cittadini la riacquistano a scaffale con ricarichi medi che superano il 250 per cento».

Da qui la proposta di Legambiente per l’introduzione di «un canone minimo nazionale di almeno 20 euro per metro cubo (2 centesimi al litro), che porterebbe nelle casse delle Regioni oltre 330 milioni di euro l’anno, risorse che dovrebbero essere vincolate per legge al miglioramento delle reti idriche pubbliche». La misura è considerata «urgente dall’associazione specialmente in Umbria dove si perdono ancora il 50 per cento dell’acqua immessa nelle tubature – superiore alla media nazionale che è al 42 per cento -, un’inefficienza che non è più possibile sostenere mentre la risorsa idrica comincia a scarseggiare».

In ogni caso, l’invito di Legambiente agli umbri, anche a fronte della crisi climatica in corso, è di utilizzare l’acqua potabile che tutti i residenti hanno a disposizione all’interno delle proprie abitazioni, perché, diversamente, «continuare a incentivare un consumo così elevato di acqua in bottiglia significa aggravare uno sfruttamento che moltiplica emissioni, sprechi energetici e rifiuti lungo tutta la filiera, dall’imbottigliamento al trasporto su gomma».

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