di Beatrice Bernardini e Melissa Cipiciani
Com’è cambiata al narrazione sui corpi femminili con l’avvento dei social media e cosa questo ha prodotto? Questa è solo una delle domande al centro del panel di Umbria che spacca dedicato alla narrazione dei corpi femminili «dagli schermi dei televisori, ai social media» nell’Aula magna di Palazzo Gallenga, a Perugia. All’Unistrapg Stage, palco dedicato alla divulgazione e al dibattito su temi sociali e di attualità, l’attivista e content creator Muriel, insieme a Sole Piergiovanni e Fucsie Oopsie di Omphalos Lgbt+, il docente Giacomo Nencioni, e Monica Lanzetta e Naomi Camardella, dottorande della Stranieri di Perugia, hanno discusso di rappresentazione dei corpi, autodeterminazione delle identità socializzate femminili e come tutto questo si muove entro i confini dei media digitali.
«I social non sono da demonizzare – ha detto Fucsi Opsie, direttrice artistica della celebre serata queer delle notti perugine, BeQueer – perché hanno permesso di trasformare lotte in diritti. Senza, non sarebbe stato possibile avere narrazioni normalmente assenti su corpi e identità non conformi. Dall’altra parte, però, c’è un sistema che si nutre di questo. Dobbiamo bilanciare quello che il capitalismo ci sottrae e quello che invece stiamo producendo in termini di benessere».
Social media che possono diventare anche un luogo di scoperta di sé. Tra le prime a parlare di body positivity (in italiano, si può tradurre come ‘accettazione del proprio corpo’, ndr) e temi Lgbtqia+ sui social, è Muriel, content creator online da 14 anni: per lei, i social sono stati quasi «terapeutici», ed è grazie a loro che è riuscita a identificare il proprio orientamento sessuale. «La nostra esistenza è di per sé politica – ha aggiunto – mostrarsi sui social è importante per rompere il silenzio, conoscersi e capirsi, normalizzando l’idea che tutti i corpi hanno il diritto di esistere».
Social media che quindi non sono solo «lo spazio digitale in cui si radunano i commenti negativi e la negazione della libertà di autodeterminazione dei corpi socializzati come femminili», ma potrebbero offrire invece «la possibilità di costruzione di un racconto diverso dal male gaze (termine che indica la pratica, comune nel cinema, nella pubblicità e nei media, di rappresentare le donne dal punto di vista di un uomo eterosessuale, oggettificandole come oggetti di desiderio sessuale per il piacere visivo dello spettatore maschile, ndr) predatorio della tv anni ’80» dice Nencioni.
Altro punto chiave dell’incontro, l’ossessione di giudicare i corpi e i fisici altrui, in particolare quelli di celebrities, cantanti e attrici, come Ariana Grande, Lizzo o Adele, che hanno subìto un cambiamento nel fisico, dimagrimento o aumento di pesi, e sul web si sono scatenati i giudizi. «Siamo stati cresciuti a farci pareri e giudizi sui corpi altrui, – ha detto Muriel – perciò occorre fare un lavoro faticoso e chiedersi quanto quel commento sia utile: è utile alla persona che lo riceve, o a te per vomitare il tuo giudizio? I cantanti sono lì per cantare, tutto ciò che riguarda il corpo non deve interessarci».
Commenti che spesso possono inficiare come una persona vede il proprio corpo e portare anche a disturbi dell’alimentazione: «Dobbiamo concentrarci a parlare di cosa porta la persona ad avere un corpo non sano, – ha aggiunto Sole Piergiovanni, attivista di Omphalos – senza soffermarci a parlare del corpo dell’altra persona. Bisogna parlare meno dei corpi e spostare il focus su altro».
Ma qual è sul confine tra il mostrare il proprio corpo sentendosi sicure di sé e il «modello ‘velina’»? «L’erotismo è un linguaggio che fa parte di noi – spiega Muriel – Per contrastare la sessualizzazione serve educare a come guardare i corpi in modo rispettoso. Il problema non sono le veline, ma è il pubblico che non è mai stato educato a guardare i corpi con rispetto».
